Una analisi dell’opera poetica Myricae di Giovanni Pascoli.

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Una analisi dell’opera poetica
Myricae di Giovanni Pascoli.

La prima raccolta poetica di Giovanni Pascoli è “Myricae”. Il titolo della raccolta (che è il nome latino delle tamerici, piccoli arbusti comuni sulle spiagge) riprende un verso di Virgilio (Egloga IV, 2: “Arbusta iuvant, humilesque myricae”), che Pascoli mette come epigrafe all’inizio della raccolta. Pascoli stesso spiega il significato e la scelta di questo titolo: “Myricae è la parola che usa Virgilio per indicare i suoi carmi bucolici: poesia che si eleva poco da terra – humilis”. Il titolo Myricae apparve per la prima volta come titolo di un gruppo di 9 poesie pubblicate il 10 – agosto 1890.
La prima edizione di Myricae è luglio 1891 e comprendeva 22 poesie.
La seconda edizione è gennaio 1892 e comprendeva 72 poesie.
La terza edizione è marzo 1894 e comprendeva 116 poesie.
La quarta edizione è febbraio 1897 e comprendeva 152 poesie.
La quinta edizione è del 1900 e comprende le attuali 156 poesie.
Poi vi sono state altre due edizioni che apportano alcune varianti. Pascoli ha scritto una importante Prefazione per la terza edizione del 1894 che dà il senso e la giusta interpretazione di tutta la raccolta poetica. “Ma l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario danno a torto, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! Lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene”. Livorno, marzo 1894. Pascoli ha dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre “A Ruggero Pascoli, mio padre”.
La struttura di Myracae:
Poemetto introduttivo. Il giorno dei morti.
1) sezione: Dall’alba al tramonto 10 poesie;
2) sezione: Ricordi 12 poesie;
3) sezione: Pensieri 10 poesie;
4) sezione: Creature 5 poesie;
5) sezione: La civetta;
6) sezione: Le pene del poeta 4 poesie;
7) sezione: L’ultima passeggiata 16 poesie;
8) sezione: Dialogo;
9) sezione: Nozze;
10) sezione: Le gioie del poeta 6 poesie;
11) sezione: Finestra illuminata 9 poesie;
12) sezione: Solitudine
13) sezione: Campane a sera
14) sezione: Elegie 6 poesie;
15) sezione: Ida e Maria;
16) sezione: In campagna;
17) sezione: Primavera;
18) sezione: Germoglio;
19) sezione: Dolcezze;
20) sezione: Tristezze;
21) sezione: Il bacio del morto;
22) sezione: La notte dei morti;
23) sezione: I due cugini;
24) sezione: Placido;
25) sezione: Tramonti 2 testi;
26) sezione: Il cuore del cipresso;
27) sezione: Alberi e fiori 12 poesie;
28) sezione: Colloquio;
29) sezione: In cammino;
30) sezione: Ultimo sogno.

I temi della raccolta poetica.

Il primo tema è la rievocazione dei suoi famigliari morti, con il poemetto “Il giorno dei morti”.
Il secondo tema è la vanità della felicità come scrive nella poesia “Allora”, nei versi 9 – 16: “Un giorno fu quello, ch’è senza / compagno, ch’è senza ritorno; / la vita fu vana parvenza / si prima si dopo quel giorno! Un punto! così passeggero, /che in vero passò non raggiunto, / ma bello così, che molto ero / felice, felice, quel punto!”. Pubblicata il 23 febbraio 1896.
Il terzo tema è il mistero che avvolge il mondo come scrive nella poesia “Il nunzio” nei versi 12 – 17: “Che brontoli, o Bombo? / che avviene nel mondo? / Silenzio infinito. / Ma insiste profondo, / solingo smarrito / quel lugubre rombo”. Come spiega la nota “nel mistero della vita non trovano risposta gli interrogativi che l’uomo si pone”.
Il quarto tema è l’incapacità del sapiente di scoprire e rivelare il mistero dell’universo come scrive nella poesia “Sapienza”: “Oh! Scruta intorno gl’ignorati abissi: / più ti va lungi l’occhio del pensiero, / più presso viene quello che tu fissi: ombra e mistero”.
Il quinto tema è la vanità della vita come scrive nella poesia “Sogno d’ombra” (poesia nr. 73) nei versi 6 – 10: “Vissero. Quanto? le pupille fisse / chiedono. Uno la gente di sua gente / vide; l’altro, non sé. Ma l’uno visse / quello che l’altro: un sogno d’ombra, un niente”.
Il sesto tema è la rievocazione della morte del padre come la descrive e la rievoca nella poesia “X Agosto” (poesia nr. 80), nella quale prevale tutto il suo dolore, il suo pessimismo e la sua impotenza di fronte al male del mondo come scrive nei versi 17 – 24: “Ora là, nella casa romita, / lo aspettano, aspettano in vano:/ egli immobile, attonito, addita / le bambole al cielo lontano/ e tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi/ quest’atomo opaco del Male!”.
Il settimo tema è la rappresentazione della natura vista nei suoi momenti più inquietanti e sinistri come nella poesia “L’Assiuolo” (poesia nr. 95) come scrive nella strofa finale: “Su tutte le lucide vette / tremava un sospiro di vento: squassavano le cavallette / finissimi sistri d’argento / / tintinni a invisibili porte che forse non s’aprono più) ;/ e c’era quel pianto di morte…/ chiù”.
Ma la natura è vista anche in altri particolari momenti atmosferici come nelle poesie “Temporale”, “Pioggia”, “Novembre”, “Fiume”, “Germoglio”, “Il lampo”, “Il Tuono” ecc…
L’ottavo tema è l’attività del poeta che pur cercando di dare belle sensazioni non è ben visto dagli altri.
Il nono tema è il “Colloquio” (poesia nr. 154) con la madre morta, la quale consola il poeta che non ama la vita ricevuta dalla madre come scrive nei versi 12 – 15: “Io devo dirti cosa da molti anni / chiusa dentro. E non piangere. La vita / che tu mi desti – o madre, tu! – non l’amo.”.
Il decimo tema è il sogno come nell’ultima poesia “Ultimo sogno” (poesia nr. 156) nella quale immagine un fiume che cerca un mare inesistente: “Uditasi un fruscio / sottile, assiduo, quasi di cipressi; / quasi d’un fiume che cercasse il mare inesistente, in un immenso piano: io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano”. Questi temi sono uniti a tanti altri temi come il dolore per i bambini morti, come la bella poesia dedicata a un cugino del poeta “Placido” che morì a 14 anni. Il poeta nella poesia descrive il giorno in cui insieme alla sorella Maria lo andarono trovare nel cimitero la mattina stessa della sepoltura. Ecco l’inizio della poesia: “Io dissi a quel vecchio, “Dove?” Io / cercavo un fanciullo mio buono, / smarrito: il mio Placido: mio! Cercavo quelli occhi (…un cipresso?) / co’ quali chiedeva perdono / di vivere, d’esserci anch’esso”. Questi temi, inoltre, sono solo accennati, suggeriti, sparsi tra le immagini e le scene della campagna e della natura. Sono versi isolati in mezzo a visioni campestri e astrali e a immagini simboliche che esprimono i sentimenti inquieti e malinconici del poeta. Molte poesie sono scritte con la tecnica dell’impressionismo che rendono ogni poesia leggera e legata al momento nel quale il poeta descrive le sue sensazioni e le sue emozioni.

Il messaggio dell’opera poetica.

Data la varietà dei temi e delle situazioni descritte la raccolta poetica si presenta polisemantica e variegata e si può leggere in varie maniere e si possono leggere vari messaggi e vari significati. L’opera si presenta, dunque, eterogenea e polisemantica ma prevale il tema dell’oscurità del significato della vita e della inconoscibilità del mistero dell’universo, come risulta nella poesia “Il cane” (poesia nr. 55) che è il simbolo dell’umanità che non comprende il perché passa il carro, simbolo dell’andare della vita. Il carro è il corso lento e fatale della vita che lascia dietro di sé l’affaccendarsi dell’uomo, vano e contraddittorio come quello del cane. Ecco la bella poesia: “Noi mentre il mondo va per la sua strada, / noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno, / e perché vada, e perché lento vada. / Tal, quando passa il grave carro avanti / del casolare, che il rozzon normanno/ stampa il suolo con zoccoli sonanti, / sbuca il can dalla fratta, come il vento; / lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia. / Il carro è dilungato lento lento. / Il cane torna sternutando all’aia”. Sintesi di Myricae. Una sintesi rapida di Myricae deve mettere in risalto soprattutto la rievocazione dei suoi famigliari che danno il tono triste all’intera opera. I defunti chiamano il poeta per non essere dimenticati e per ricevere la giustizia che non ebbero in vita. Un altro aspetto della raccolta è l’isolamento e l’emarginazione del poeta che si sente di vivere come in esilio come dice nella poesia “Patria” (poesia nr. 7) e nel finale della poesia “Romagna”. Un altro aspetto importante di Myricae è la presenza di molte piante e fiori che riconducono il poeta al suo mondo naturale e simbolico.

Le tesi di Myricae.

La moltitudine dei temi e delle situazioni descritte e metaforiche nelle poesie racchiudono varie tesi e varie interpretazioni dell’intera raccolta poetica, variando e soppesando in vario modo sia i temi che le descrizioni bozzettistiche, naturalistiche e simbolistiche. La tesi principale è certamente la vanità della vita e della felicità degli uomini come è descritta nella poesia “La felicità” (poesia nr. 78), nella poesia “Paese notturno” (poesia nr. 116), nella poesia “Rammarico” (poesia nr. 117), nella poesia “Il nido” e nella poesia “Il ponte” (poesia nr. 122) dove la vita è simboleggiata dal fiume che corre verso il mare.

Il ponte.
La poesia, la numero 122 di Myricae, fu scritta nel 1890 e pubblicata nella II edizione di Myricae del 1892.

Testo della poesia

La glauca luna lista l’orizzonte
e scopre i campi nella notte occulti
e il fiume errante. In suono di singulti
l’onda si rompe al solitario ponte.

Dove il mar, che lo chiama? E dove il fonte,
ch’esita mormorando tra i virgulti?
Il fiume va con lucidi sussulti
al mare ignoto dall’ignoto monte.

Spunta la luna: a lei sorgono intenti
gli alti cipressi dalla spiaggia triste,
movendo insieme come un pio sussurro.

Sostano, biancheggiando, le fluenti
nubi, a lei volte, che saline non viste
le infinite scalée del tempio azzurro.

Un’altra tesi dell’opera è certamente l’interpretazione della natura. Essa è vista in base ai vari sentimenti ed impressioni del poeta. Una natura sentita triste e malinconica e descritta in vari momenti del ciclo naturale e stagionale: dall’alba al tramonto, dalla primavera all’autunno. Ma essa è sentita sempre come una madre dolce e benigna che pur nel variare delle stagioni rassicura l’uomo della sua bontà come dice nella prefazione del 1894.

Contesto storico, sociale, culturale, filosofico e letterario di Myricae.

Il contesto storico si distende per più di un decennio dal 1891 al 1903. Ma la raccolta poetica non fa riferimento ai fatti politici e storici di questo periodo della società italiana. Eccetto le poesie dedicate alla morte del padre, tutte le altre poesie sono avulse dai fatti storici contemporanei del poeta. Si può dire che le poesie di Myricae sono la concretizzazione perfetta dell’estetica del Croce, ante lettera. Sono la sintesi di sentimenti e di immagini. Le poesie sono sintesi di sentimento e di espressioni; unione di tumulto e calma, dell’impulso passionale e della mente che lo contiene in quanto lo contempla. Il contesto sociale è quello del poeta che guarda con apprensione al mondo della città e della società capitalistica di fine ‘800 perché spaventato dal convulso e disordinato progredire della società italiana di fine secolo. Il poeta si sente soprattutto un contadino che ama la natura e la campagna e si sente estraneo al mondo caotico e rumoroso delle città. Il contesto culturale di Myricae è quello dell’Italia e dell’Europa di fine secolo dominate dal progredire e dall’organizzarsi dello sviluppo capitalistico. La nuova cultura decadente italiana faceva riferimento al decadentismo europeo, che imperversa in tutta Europa. Il contesto filosofico fa riferimento sia al positivismo sia al decadentismo. Il contesto letterario fa riferimento sia al Simbolismo francese, sia al decadentismo europeo, sia al verismo italiano, sia alla tradizione umanistica italiana. Myricae è senza dubbio una opera poetica simbolista ed impressionista: simbolista per i molti simboli contenuti nelle poesie; impressionista per la presenza e la costruzione di forme metriche e retoriche fonosimboliche, costruite con parole fono-espressive e con parole onomatopee. Ma la raccolta poetica è anche ricca di riferimenti al mondo classico, del quale il Pascoli era un profondo conoscitore. La terza sezione prende spunto dai poeti gnomici dell’antica Grecia come Esiodo ed Epicureo come si evince nella poesia “Convivio”.

Analisi della Forma

Genere dell’opera “Myricae”

Il genere dell’opera poetica è in origine verista ma successivamente subentra il tono simbolista ed impressionista che diventa prevalente nell’opera nell’edizione definitiva. Infatti le prime poesie della raccolta sono espressioni del verismo del secondo Ottocento. Poi, dopo che il Pascoli chiarì la sua poetica con lo scritto in prosa “Il Fanciullino”, le poesie prendono una piega prima impressionistica e poi simbolista. Alla fine l’intera opera poetica è una sintesi, o meglio un raffinato ed equilibrato intrecciarsi di poesie naturalistiche, impressionistiche e simbolistiche, motivo per il quale la raccolta è considerata la prima raccolta poetica moderna che ha dato vita e ha aperto la strada alla poesia moderna del primo Novecento. Tesi che ha molto sostenuto e spiegato Pierpaolo Pasolini in un libro dedicato alla poesia di Pascoli.

La metrica dell’opera “Myricae”.

La raccolta presenta una grande varietà di forme metriche: dalle terzine a rima doppia (Il giorno dei morti), a terzine di settenari; da quartine di novenari a sonetti, da strofe saffiche a madrigali, da tre strofe di novenari (L’Assiuolo) a una piccola ballata ecc. Questa varietà di metrica rende la raccolta nuova, rispetto alla tradizione poetica italiana, tanto è che si è parlato di sperimentalismo pascoliano.

Le figure retoriche di Myricae.

Le figure retoriche sono tante e di grande importanza: si va dall’analogia alla sinestesia, dalle onomatopee al fonosimbolismo, dall’ellissi del verbo alla costruzione per asindeto, dagli enjambement alle anafore.

Il tono emotivo di Myricae.

Il tono emotivo preminente dell’intera opera poetica è percorso da due grandi sentimenti: il primo è dato dal dolore per la morte del padre e della madre che apre il libro; il secondo è dato dal senso di quiete e di rasserenamento che dà la natura. A questi due grandi sentimenti se ne devono aggiungere altri più specifici del poeta come la nostalgia, la malinconia, l’angoscia, lo smarrimento.

Il linguaggio poetico di Myricae.

Il linguaggio poetico di Myricae è un linguaggio che assomiglia molto all’italiano moderno. Ciò vuol dire che Pascoli si è allontanato consciamente sia dal linguaggio aulico del Carducci sia dal linguaggio alto del Leopardi. Pascoli si avvicina di più al linguaggio dei Simbolisti francesi, immettendo l’analogia, la sinestesia, e le onomatopee. Dopo aver criticato il linguaggio poetico di Leopardi, Pascoli immette un linguaggio preciso dei fiori e degli uccelli, ma in molte poesie Simboliste usa un linguaggio allusivo, evocativo, simbolico, fonosimbolico, così da creare un linguaggio nuovo e più moderno rispetto a quello poetico tradizionale.

La lexis di Myricae.

Data la varietà dei contenuti, delle forme metriche e del linguaggio pre-grammaticale, la lexis di Myricae risulta anch’essa variabile: in alcune poesie è chiara e semplice mentre in altre poesie è simbolica e complessa.

Aspetti estetici di Myricae.

Io penso che l’opera più bella di Pascoli sia i “Canti di Castelvecchio”. Tuttavia riconosco che Myricae è un bel libro di poesie, cioè contiene una buona quantità di belle poesie, ma non tutte. La prima grande novità estetica di Myricae è certamente costituita dal suo carattere di brevi componimenti ma non di frammenti. Questi componimenti poetici sono piccole poesie vere e proprie e non frammenti disorganici e disordinati, ma l’intera opera presenta una stratificazione ordinata di temi e di forme metriche. La seconda grande novità è costituita dal linguaggio moderno e nuovo dovuto alle onomatopee, al fonosimbolismo, al simbolismo. La terza grande novità è costituita dai temi orientati verso il mistero della vita, la sua incomprensibilità e la sua inafferrabilità. La quarta grande novità è costituita dalla insuperabile maestria del poeta nel saper usare le forme metriche e i diversi tipi di strofe in un gioioso gioco di forme metriche che dà una varietà imprevedibile e una variabilità nuova e stupefacente all’intera opera poetica. La quinta grande novità è costituita dalla insuperabile maestria di Pascoli nel saper descrivere i paesaggi naturali con il metodo dell’impressionismo di immagini e di sentimenti.

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Modica 27 giugno 2019                                                                                       Prof. Biagio Carrubba

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