N. 53

Share Button

IO, B. C., DESIDERO L’ATEISMO.

1

Sesto articolo su Dante Alighieri e Severino Boezio.

Io, B. C., voglio e desidero, per proseguire questo libro sull’Ateismo e sull’inesistenza di Dio, fare delle altre considerazioni e delle altre riflessioni sulle persone, sui credenti e sugli stolti che, egoisticamente, illusoriamente e ingannevolmente, credono, confidano, contano, prestano fede e seguono un Dio qualsiasi, pur di sperare, desiderare, sognare, illudersi, auspicarsi la loro propria resurrezione dopo la loro morte, fisica, corporale e terrena, e augurarsi la loro rinascita per andare e ritrovarsi nel Paradiso, o in un luogo ameno, o in un giardino perennemente fiorito che il proprio Dio gli promette e gli assicura dopo la loro reincarnazione. Io, B. C., fra tutte queste persone, creduloni e stolte, illuse e speranzose, includo, inserisco e accludo anche, il sommo poeta fiorentino Dante Alighieri, il quale concepì, elaborò, costruì e compose la sua Divina Commedia su una trama fondata sulla fiction, quindi tutto il suo poema, poetico e letterario, è un’opera divertente e fantasiosa, basata, elaborata, concepita, costruita ed elaborata sulla sua inventiva personale e sulla sua cultura, filosofica, teologica medievale. Io, B. C., penso, reputo e giudico, inoltre, che l’opera poetica della Divina Commedia sia un grande poema, poetico e letterario dalla massima bellezza perché raggiunge, certamente e obiettivamente, delle vette estetiche, poetiche e letterarie, sublimi di estasi, di maestosità e di spettacolarità letteraria, al pari di altre poche opere, poetiche e letterarie, che hanno raggiunto gli stessi risultati, mondiali e immortali, incantevoli e suggestivi, come l’Iliade e l’Odissea di Omero, o come alcune commedie e tragedie di Shakespeare. Nonostante questi risultati, sommi, leggiadri e incantevoli, io, B, C., penso, giudico e ritengo che anche Dante Alighieri, dall’ingegno vivido, fecondo, colto e ingegnoso, sia finito, caduto e precipitato, però, fra le persone sciocche, ingenue, creduloni e stolte perché ha creduto, ha confidato, ha prestato fede, ha pregato e ha seguito il Dio dei cristiani e della Chiesa cristiana e cattolica di Roma, che a sua volta basava e strutturava tutta la sua dottrina, tutta la sua teologia e tutta la sua teocrazia sui falsi e pseudo testi sacri della Bibbia, cioè dell’Antico e del Nuovo Testamento, e sulle fake news, sulle fregnacce, sulle menzogne, sui ragionamenti sofistici e sulle illazioni, filosofiche e teologiche, che san Paolo pensò, concepì, elaborò, espresse e scrisse nelle sue molte lettere, filosofiche e teologiche. Orbene, un altro testo, filosofico e teologico, molto amato, consultato e letto da Dante Alighieri fu, sicuramente, il libro filosofico e teologico, LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA, del filosofo A. M. Severino Boezio (Roma, 475/77 – Pavia 524/26). Infatti, Dante Alighieri, nella Divina Commedia, molte volte e in molte terzine, fa riferimento a questa opera filosofica e teologica, la quale contiene sia ragionamenti filosofici e sia argomenti teologici, molto letti, amati, apprezzati, ammirati, seguiti e quasi copiati e ricalcati da Dante Alighieri. Io, B. C., penso, reputo, giudico e presuppongo che il primo ragionamento che Dante Alighieri prese, scelse e derivò da quell’opera, filosofica e teologica, sia stato quello di dimostrare l’esistenza di Dio, mentre Severino Boezio la dà per scontata e per vera, ma senza mai dimostrarla. Anche Dante Alighieri dà, per scontata e per vera, l’esistenza di Dio, senza mai dimostrarla, né ontologicamente, né logicamente. Inoltre, io, B. C., penso, reputo e giudico che Dante Alighieri non dimostra l’esistenza di Dio, in tutta la Divina Commedia. Dante Alighieri si limita ad affermare, nel XXIV canto del Paradiso, che l’esistenza di Dio è provata e comprovata dal fatto che lo Spirito Santo piove nei pseudo testi sacri dell’Antico e Nuovo Testamento. Ecco le terzine con le quali Dante Alighieri spiega perché lui crede in Dio, non solo per le prove fisiche e metafisiche (di san Tommaso), ma porta, come prova, l’argomento dello Spirito Santo che si riversa “piove” sia nei testi pseudo sacri dell’Antico Testamento e sia nei testi del Nuovo Testamento.

E io rispondo: Io credo in uno Dio

solo ed etterno, che tutto ‘l ciel move,

non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove

fisice e metafisice, ma dalmi

anche la verità che quinci piove

per Moisè, per profeti e per salmi,

per l’Evengelio e per voi che scriveste

poi che l’ardente Spirito vi fé almi:

e credo in tre persone etterne, e queste

credo una essenza sì una e sì trina,

che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.

(Paradiso. Canto XXIV. Versi 130-141).

Invece, io, B. C., penso, reputo e giudico che Dante Alighieri avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di Dio, come vera e reale, sia ontologicamente che logicamente, ma Dante Alighieri non lo fa in tutta la Divina Commedia. Inoltre, io, B. C., mi chiedo e domando: se la Bibbia non fosse stata scritta dai profeti ebrei, Dio non avrebbe potuto versare nella Bibbia, attraverso la pioggia, il suo Spirito e quindi Dio non avrebbe potuto dimostrare, anche, la sua esistenza. Io, B. C., penso, reputo e suppongo che la prova della pioggia, attraverso la quale Dio fa piovere lo Spirito Santo nei libri della Bibbia, sia stata la prova provata e personale con la quale Dante Alighieri ha voluto dimostrare l’esistenza di Dio. Ma, io, B. C., penso, dico e affermo che se non ci fosse stata la composizione e la scrittura della Bibbia non ci sarebbe nemmeno la prova dell’esistenza di Dio. Insomma, Dante Alighieri fa derivare l’esistenza di Dio dal fatto che lo Spirito Santo piove nei libri della Bibbia, cioè la composizione e la scrittura della Bibbia, secondo Dante, è la prova dell’esistenza di Dio. Invece, io, B. C., penso, reputo, suppongo che dalla mia supposizione (cioè che la scrittura della Bibbia non genera né lo Spirito Divino, né l’esistenza di Dio), deduco che l’esistenza di Dio non può derivare e non può dipendere dalla presenza della Bibbia, perché la mancanza della composizione e della scrittura della Bibbia farebbe venire meno la prova dell’esistenza di Dio. Insomma, io, B. C., penso, reputo e giudico che Dante Alighieri, con questo ragionamento cade in un corto circuito logico ed ontologico, per cui, io, B. C., giudico e asserisco che il ragionamento di Dante Alighieri sulla pioggia dello spirito Santo nella Bibbia, è falso, sbagliato e illogico. Inoltre, io, B. C., penso, reputo e suppongo che Dante Alighieri, attraverso l’opera di Severino Boezio, aderì al cristianesimo e al cattolicesimo della Chiesa di Roma. C’è da dire, però, che il Dio di cui parla Severino Boezio non è specificatamente il Dio dei cristiani, ma è il Dio universale e generico di tutti gli dei ed è uguale per tutti i popoli del mondo. Infatti, Severino Boezio, nella sua opera, filosofica e teologica, parla espressamente di un Dio che vale per tutti gli uomini del mondo, e non si riferisce né al Dio cristiano né ai seguaci della Chiesa cattolica di Roma. Inoltre, io, B. C., penso, reputo e giudico che il primo monito di insegnamento che Severino Boezio lancia, nel suo libro, sia stato quello di seguire il proprio Dio. Ecco il brano con il quale Severino Boezio invita tutti gli uomini a seguire il proprio Dio: “Tu (filosofia) infatti ogni giorno insinuavi nelle mie orecchie e nei miei pensieri la massima di Pitagora <<segui Dio>>”. (Dall’opera La consolazione della filosofia. Editore Bur. Pagina 99). Però, io, B. C., penso, reputo e discerno che il Dio di Boezio si avvicina, si accosta e si approssima molto al Dio dei cristiani, dato che lui coabitava insieme con moltissimi senatori romani e con moltissimi popolani cristiani di Roma ed era, anche, circondato dalla Chiesa cattolica e apostolica di Roma. Come è evidente da questo brano, Dante Alighieri segue alla lettera l’insegnamento del filosofo Severino Boezio e indica nel Dio del cristianesimo e nel Dio della Chiesa cattolica di Roma, il sommo bene e la massima gloria, che bisogna seguire e al quale adeguare la propria volontà. Infatti, la tesi fondamentale di tutta la Divina Commedia è l’adeguamento dei salvati alla volontà di Dio. Anche Dante Alighieri afferma che Dio penetra, splende e si manifesta, con la sua luce, in tutti gli oggetti e in tutti gli ambienti del mondo. Ecco come Dante Alighieri traduce il suo bisogno e il suo desiderio di adeguarsi a Dio, dal momento che Dio, con la sua luce, penetra e risplende in tutti gli ambienti, naturali e cosmologici, e in tutti gli oggetti e in tutti gli esseri del mondo.

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu’io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di la sù discende.

(Paradiso. Canto I. versi 1-6).

Orbene, io, B. C., penso, reputo e giudico che, non solo Dante Alighieri, sbagliando, abbia preso, come veri e reali, i libri pseudo sacri e falsi della Bibbia e le pseudo sacre lettere di san Paolo, ma penso, reputo e giudico, anche, che Dante Alighieri sia caduto e precipitato nella trappola mortale della tesi, filosofica e teologica, di Severino Boezio e del cristianesimo. Infatti, il cristianesimo, in buona sostanza, attraverso la Chiesa cattolica e apostolica di Roma, assicura e garantisce la reincarnazione, dopo la morte terrena del corpo. Anche Severino Boezio assicura e garantisce il Paradiso per tutti coloro che credono in Dio e seguono le regole della sua religione. Infatti, Severino Boezio, nella sua opera cerca di dimostrare che soltanto un Dio, attraverso la sua prescienza e la sua scienza, possa guardare la miseria dell’umanità e salvarla dai mali della Terra e dai vizi degli uomini, come Severino Boezio scrive in questi versi: “Oh, tu (Dio) volgiti ormai a riguardare la misera Terra, chiunque tu sia che coordini l’armonia delle cose! Parte non vive di tanta opera, noi uomini siamo sballottati nel male della sorte. La violenza dei frutti, o reggitore, tu calma e mediante la legge con cui reggi l’immenso cielo rinsalda stabilmente la Terra”. (Dall’opera La consolazione della filosofia. Editore Bur. Pagina 105). Questo ragionamento filosofico e questa argomentazione teologica sono stati ripresi, ricalcati e quasi copiati, tali e quali, da Dante Alighieri che li riporta e li traduce nei seguenti versi:

Oh trina luce, che ‘n unica stella

scintillando a lor vista, sì li appaga!

guarda qua giuso a la nostra procella!

(Paradiso. Canto XXXI. Versi 28 – 30).

Inoltre, io, B. C., penso, reputo e giudico che tutta l’intera opera, filosofica e teologica, di Boezio ha come tesi fondamentale quella di seguire un Dio che è origine e fine dell’universo, come scrive in molte pagine della sua opera filosofica: “Se considerate le vostre origini e Dio che ne è l’artefice, nessuno risulta ignobile, purché non tradisca la propria nascita, alimentando con i vizi i suoi peggiori istinti”. (Dall’opera La consolazione della filosofia. Editore Bur. Pagina 211). Dante Alighieri ha ripreso e ricalcato, quindi, molti passi da quest’opera filosofica, non solo considerando Dio come principio e come fine di tutto l’universo, ma ha, anche, ripreso e seguito il concetto di Provvidenza Divina che Severino Boezio sviluppa nel quarto libro. In questo quarto libro, Severino Boezio, così descrive e definisce la Provvidenza Divina: La Provvidenza è infatti la stessa ragione divina che stabilmente riposta nel supremo essere, signore di tutte le cose, tutte quante le governa […]”. (Dall’opera La consolazione della filosofia. Editore Bur. Pagina 313). Dante Alighieri riprende ed espone il ragionamento, filosofico e teologico, della Provvidenza Divina in molte parti della Divina Commedia e lo traduce, sicuramente, nelle terzine dell’XI canto del Paradiso:

La provedenza che governa il mondo

con quel consiglio nel quale ogni aspetto

creato è vinto pria che vada al fondo,

però che andasse ver lo suo diletto

la sposa di colui ch’ad alte grida

disposò lei col sangue benedetto,

in sé sicura e anche a lui più fida,

due prìncipi ordinò in suo favore,

che quinci e quindi le fosser per guida.

(Paradiso. Canto XI. Versi 28-36).

Inoltre, Severino Boezio indica chiaramente, nel terzo libro della sua opera filosofica e teologica, l’importanza, la bellezza e la necessità dell’esistenza di Dio. Infatti, nel terzo libro della sua opera, compone un inno poetico, con il quale esprime, chiarisce e loda la bellezza di Dio; inno e lode che io, B. C., qui riporto in modo sintetico. “Oh tu (Dio) che governi il mondo con stabile norma, creatore della terra e del cielo, che dai primordi fai scorrere il tempo e, restando immoto, imprimi il moto a tutte le cose non indotto da cause esterne a dare forma alla materia fluttuante […]. Concedi, o padre alla mia mente di poter salire alla tua sublime dimora, concedi che io possa attraversare la fonte del bene e, scoperta la luce, possa bussare in te in sguardi intenti del mio spirito. Dissolvi le nebbie e il gravame della mia massa terrena e rifuggi nel tuo splendore; tu sei infatti in serena, tu sei in riposo e la pace per i giusti, contemplare te è il nostro fine, tu sei contemporaneamente principio, stimolo, guida, via, meta”. (Dall’opera La consolazione della filosofia. Editore Bur. Pagine 227-229). Dante Alighieri riprende tutte queste lodi a Dio e le traduce nei versi delle terzine dell’ultimo canto del Paradiso, come questi:

O somma luce che tanto ti levi

da’ concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

(Paradiso. Canto XXXIII. Versi 67-75).

Insomma, io, B. C., poiché Dante Alighieri ha preso, per vere e reali, le balle, le bufale, le fregnacce, le menzogne, i ragionamenti sofistici e le illazioni, metafisiche e teologiche, contenute ed espresse sia nella Bibbia, sia nelle lettere di san Paolo e sia nel libro, filosofico e teologico, di Severino Boezio, provo, sento ed esprimo un sentimento di pietà e di pena anche per il sommo poeta Dante Alighieri, il quale ha creduto, ha confidato e ha prestato fede al Dio dei cristiani e ha seguito, ingenuamente e ingannevolmente, i precetti, la dottrina e l’ideologia della Chiesa cristiana e cattolica di Roma, pur restando sempre critico e severo nei confronti dei Papi simoniaci, confacenti e compiacenti ai vizi umani. Ecco le famose terzine, con le quali Dante Alighieri condanna all’inferno sia Papa Nicolò III (1277 – 1280) e sia Papa Bonifacio VIII (1294 – 1303), condannati entrambi nella terza bolgia dell’Inferno per simonia. Ecco i famosi versi del XIX canto dell’Inferno.

Parla Papa Niccolò III a Dante, ma il Papa Nicolò III pensa e immagina di parlare con il Papa Bonifacio VIII.

Ed el gridò: <<Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

per lo qual non temesti torre a ‘nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?>>

(Inferno. Canto XIX. Versi 52-57).

Inoltre, Papa Niccolò III, continuando il suo discorso, dice a Dante che, dopo Papa Bonifacio VIII, arriverà ancora un altro Papa più laido di lui:

Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi

e ch’i son stato così sottosopra,

ch’el non sarà piantato coi piè rossi:

ché dopo di lui verrà di più laida opra,

di ver ponente, un pastor senza legge

tal che convien che lui e me ricuopra.

(Papa Niccolò III si riferisce al Papa Clemente V (1305 -1314).

Inferno. Canto XIX. Versi 79 – 84).

Quindi, Dante Alighieri pronuncia la sua dura invettiva contro i papi simoniaci. Ecco i versi dell’invettiva di Dante alighieri.

Io non so s’i mi fui qui troppo folle

ch’i pur rispuosi a lui a questo metro:

<<Deh, or mi di: quanto tesoro volle

nostro Segnore in prima da san Pietro

ch’ei ponesse le chiavi in sua balia?

Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

(Paradiso. Canto XIX. Versi 88-93)

Io, B. C., penso, reputo e giudico che, Dante Alighieri, nonostante dimostri e manifesti tutta la sua rettitudine morale e religiosa, è caduto ed è precipitato nella trappola, falsa e sbagliata, e nella credenza della religione cattolica cristiana di Roma. Inoltre, Dante Alighieri mostra tutta la sua stoltezza e la sua debolezza nel credere e nel seguire la religione cattolica cristiana e la Chiesa di Roma. Infine, io, B. C., penso, reputo e giudico che anche Dante Alighieri fu vittima della mentalità religiosa del cristianesimo e succube della cultura medievale del suo tempo.

Modica, 26/12/2023

Prof. Biagio Carrubba

Share Button

Replica

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>