L’opera autobiografica “SE QUESTO È UN UOMO” DI PRIMO LEVI.

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L’opera autobiografica “SE QUESTO È UN UOMO è un racconto – testimonianza scritto da Primo Levi tra dicembre 1945 e gennaio 1947 ad Avigliana-Torino. Fu pubblicato per la prima volta nel 1947 dalla casa editrice De Silva diretta da Franco Antonicelli. Il libro è un racconto perché la sua struttura presenta elementi della fabula (o storia). È il risultato di un  riordino  e del resoconto personale della serie dei fatti, degli eventi e delle situazioni considerati nel loro ordine cronologico e legati tra di loro da un rapporto di tipo logico e razionale di causa – effetto), dell’intreccio (cioè l’insieme delle sequenze narrative nell’ordine in cui le ha disposte l’autore), la spannung (parola tedesca che significa tensione; in una narrazione indica il punto culminante, il momento di massima tensione, a cui fa seguito lo scioglimento, a cui fa seguito il ristabilimento della condizione di equilibrio iniziale. Il libro è testimonianza perché la sua struttura presenta la testimonianza dell’autore che racconta in prima persona i fatti e gli eventi che visse e subì durante l’anno di Lager ad Auschwitz. Testo tratto dal libro. Primo Levi. SE QUESTO È UN UOMO. (Einaudi. Editore. Collana Super ET. 2005). Il racconto è preceduto da una prefazione nella quale l’autore spiega il motivo per cui lo ha scritto.  Scrive levi: “Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.” (Pagina 9). Esso è stato scritto soprattutto per motivi di ordine psicologico. Scrive Levi: “Il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”. (Pagina 9). La prefazione è preceduta dalla famosa poesia – epigrafe e come sintesi del racconto autobiografico. Ecco il testo della celeberrima poesia Shemà.

                                                  Voi che vivete sicuri

                                                  Nelle vostre tiepide case,

                                                  Voi che trovate tornando a sera

                                                  Il cibo caldo e visi amici. 

                                                  Considerate se questo è un uomo

                                                  che lavora nel fango

                                                  che non conosce pace

                                                  che lotta per mezzo pane

                                                  che muore per un sì o per un no.

                                                  Considerate se questa è una donna

                                                  Senza capelli e senza nome

                                                  Senza più forza di ricordare

                                                  Vuoti gli occhi e freddo il grembo

                                                  Come una rana d’inverno.

                                                  Meditate che questo è stato:

                                                  Vi comando queste parole.

                                                  Scolpitele nel vostro cuore

                                                  Stando in casa andando per via,

                                                  coricandovi alzandovi;

                                                  ripetetele ai vostri figli.

                                                  O vi si sfaccia la casa,

                                                  la malattia vi impedisca,

                                                  i vostri nati torcano il viso da voi.

Parafrasi della poesia.

Voi, che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi, che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici,

considerate se questo ebreo,

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no è un uomo.

Considerate se questa ebrea,

che è senza capelli e senza nome,

che non ha più la forza di ricordare,

che ha gli occhi vuoti e il grembo freddo

come una rana d’inverno, è una donna.

Meditate che questo abominio è stato commesso.

Vi raccomando di ricordare queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore.

Stando in casa, andando per via,

coricandovi, alzandovi

ripetetele ai vostri figli.

Se non fate ciò, spero che

O la casa vi si fascia,

o che la malattia vi impedisca,

o che i vostri nati torcano il viso da voi.

II

Il Messaggio della poesia.

Il messaggio forte della poesia è quello di non dimenticare l’abominio del lager. I tedeschi hanno commesso un atroce massacro contro gli ebrei. Hanno ridotto gli ebrei a vivere come animali in mezzo al fango e li hanno ridotti a cose senza valore. Hanno disumanizzato l’uomo rendendolo schiavo.

 Il Linguaggio della poesia.

Il linguaggio della poesia è chiaro e semplice, ma la poesia è costruita con versi sapientemente distaccati e formati. Vi sono alcune figure retoriche come l’anafora Voi – voi) la simmetria, la similitudine, l’ellissi finale, e l’esortazione finale che si avvicina molto a una maledizione.

La bellezza della poesia.

La bellezza della poesia deriva, oltre che dal messaggio ammonitorio ed esortativo delle parole, anche dall’argomento unico e tragico del messaggio. Sotto la raccomandazione a non dimenticare il male fatto dai tedeschi e subito dagli ebrei, la poesia è una poesia che lancia un messaggio d’amore a tutti gli uomini del mondo a non ripetere il male fatto. La poesia lancia il messaggio di evitare i lager e di costruire una società che assicuri “cibo caldo e visi amici”.

Suddivisione e struttura del libro Se questo è un uomo.

Il libro è composto da 17 capitoli, alcuni brevi altri più lunghi. Levi racconta i fatti e gli eventi ora in prima persona, ora in terza persona, ora con un noi collettivo, e diverse volte si rivolge direttamente al lettore per giudicare i fatti presentati.

III

La trama del racconto in sintesi.

Nel primo capitolo Levi racconta la sua cattura, il periodo di vita nel campo di concentramento di Fossoli; descrive la partenza e l’arrivo ad Auschwitz, e fa menzione di alcuni personaggi minori che moriranno subito dopo l’arrivo ad Auschwitz.

Nel secondo capitolo Levi racconta lo stato di deprivazione e di annientamento che i prigionieri sono costretti a subire dai nazisti. Levi viene tatuato con il numero 174 517 e descrive le condizioni misere e precarie in cui vive. Dorme nelle cuccette di tavola e deve rimanere sempre sveglio e attento a non farsi derubare quel poco che riesce a avere. Dorme con il fagotto sotto la testa.

Nel terzo capitolo Levi si rende conto che il lager è una macchina che ha lo scopo di ridurre i prigionieri a bestie e ascolta i consigli di altri prigionieri.

Nel quarto capitolo Levi si ricovera nell’infermeria dove rimane per venti giorni e dove ha il tempo di considerare la natura fragile della personalità dei prigionieri condannati a un lavoro duro e terrificante.

Nel quinto capitolo, levi racconta dei suoi sogni che sono comuni a tutti i prigionieri. Il sogno più ricorrente è quello in cui non riesce a mangiare per un motivo o per un altro poiché qualcosa interviene a impedire che tocchi cibo. Levi ricorda il mito di Tantalo.

Nel sesto capitolo, Levi descrive le sofferenze patite per le dure condizioni del lavoro e del clima pieno di ghiaccio, neve e freddo. Levi trasporta traversine sulle spalle e le deposita lontano per essere incastrate nel terreno.

Nel settimo capitolo, Levi racconta le sofferenze patite per la fame e descrive il loro mangiare che assomigliava più a quello delle bestie che a quello degli uomini.

Nell’ottavo capitolo Levi descrive i traffici e gli scambi economi dei prigionieri.

Nel nono capitolo, Levi descrive il comportamento degli ebrei chiamati Prominenti e ne dà quattro esempi: Schepschel, Alfred L. Elias e Henri.

Nel decimo capitolo, Levi racconta l’esame di chimica che ha sostenuto davanti ad un dottore ebreo per essere ammesso nel nuovo Kommando di chimica.

Nel capitolo undicesimo, Levi racconta l’episodio nel quale ebbe l’occasione di parlare e citare alcuni versi della Divina Commedia al suo amico Pikolo. Levi recita i versi del canto di Ulisse tra cui:

                        Considerate la vostra semenza

                        fatti non foste a viver come bruti

                        ma per seguir virtute e conoscenza.

Nel canto dodicesimo, Levi racconta e descrive le incursioni aerei russi e lo sconvolgimento dei lavori nella fabbrica della Buna. I bombardamenti ritardarono l’apertura della fabbrica, anzi cessò di produrre la gonna sintetica che doveva produrre. In questa situazione conobbe l’amico Lorenzo, un operaio italiano, che da allora in poi gli portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio e non chiese né accetto alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse far il bene per un compenso.

Nel tredicesimo capitolo, Levi descrive la paura e i comportamenti dei prigionieri davanti alla visita della Selezione dell’ottobre 44. Levi passò con passo energico davanti alla SS che con un sguardo di faccia e di schiena giudicava della sorte di ognuno. Molti vennero mandati nelle camere a gas anche se erano sani, ma vi finirono solo per sbaglio o errore come Renè, che pur essendo giovane e robusto, finì a sinistra cioè nel lato infausto nel lato dei selezionati per la camera a gas. Anche un altro prigioniero Sattler finì a sinistra, benché fosse un massiccio contadino ed era arrivano da pochi giorni. Anche Beppo il greco è stato selezionato per il forno crematorio e ora se ne stava sdraiato e guardava fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente.

Nel quattordicesimo capitolo, Levi descrive un giovane prigioniero di nome Kraus, che è molto sbadato e che molto presto finirà selezionato per il forno crematorio. In quel periodo Levi ricorda di continuo due versi di un suo amico. Infin che un giorno/senso non avrà più dire: domani. Levi racconta che una notte ha sognato questo Kraus che andava a trovarlo a casa sua in Italia a Napoli…ma sì a Napoli non è il caso di sottilizzare) dove lui, Levi gli offriva un pranzo caldo e lo mostrava ai parenti. Ma il sogno non era vero e che ogni cosa era niente laggiù.

Nel quindicesimo capitolo, Levi racconta la gioia suprema che ebbe quando lui insieme ad altri due fu scelto per il nuovo laboratorio di Chimica. Descrive il posto che ebbe assegnato dentro il laboratorio di chimica e come non avesse più paura di ammalarsi e di prendere freddo stando al riparo e fuori dal gelo.

Nel sedicesimo capitolo, Levi assiste per l’ennesima volta all’impiccagione di un prigioniero che si era ammutinato e poiché era stato scoperto venne impiccato, ma prima che il suo corpo guizzasse appeso alla corda il prigioniero disse: “Compagni io sono l’ultimo”. Levi avrebbe desiderato che anche molti altri avrebbero dovuto ribellarsi contro i loro aguzzini, ma loro non avevano il coraggio di ribellarsi e così lui provava un senso di vergogna per sé e per gli altri troppi succubi e domati dai nazisti. “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nulla avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice”. (Pagina 133).

Nel diciassettesimo capitolo, Levi racconta che nei primi giorni del gennaio ’45 si ammalò di scarlattina per cui fu ricoverato nell’infermeria con altri dodici malati. Ma nella notte tra il 17 e il 18 gennaio i tedeschi lasciarono il Lager e abbandonarono i malati al loro destino portando con loro tutti i prigionieri sani, ma questi ultimi morirono nel viaggio tra cui il suo amico Alberto. “Nella quasi totalità, essi scomparvero durante la marcia di evacuazione: Alberto è fra questi.” Qualcuno scriverà forse un giorno la loro storia (pagina 138).

Il giorno dopo, Levi pensa di dover recuperare una stufa di ghisa e ne parla ai due suoi amici francesi che aveva conosciuto nell’infermeria, qualche giorno prima. Il secondo giorno, Levi il suo amico Charles trovano e recuperano la stufa di ghisa e la trasportano nella loro stanza, cosi loro beneficiano del calore della stufa mentre tutti gli altri sentono il gran freddo di quel tempo. Il terzo giorno, Levi egli altri prigionieri recuperano patate e acqua per continuare a sopravvivere in quelle condizioni e la notte vedono passare la Wehrmacht in fuga. Il quarto giorno, Levi agli altri sentono il rumore delle armi russe che si avvicinavano sempre di più. Il quinto girono, Levi racconta che diciotto francesi furono trucidati da alcune SS disperse, ma armate. Il sesto giorno, Levi e gli altri vengono a sapere che poco lontano dal campo c’era un silo di patate. Loro due vanno in questo posto per riportare le patate nella stanza dei malati. “Un vecchio ungherese era stato sorpreso colà dalla morte. Giaceva irrigidito nell’atto dell’affamato: capo e spalle sotto il cumulo di terra, il ventre nella neve, tendeva le mani alle patate. Chi venne dopo spostò il cadavere di un metro, e riprese il lavoro attraverso l’apertura resasi libera”. (Pagina 149). Il settimo giorno, Levi commercia con altri prigionieri per avere lardo e farina. L’ottavo giorno, levi racconta la morte del prigioniero Somogyi che prima di morire per diversi giorni ripete sempre la stessa parola: Jawohl. Il nono giorno, Levi racconta la morte di Somogyi. “In piena oscurità mi trovai sveglio di soprassalto “L’pauv’ vieux” taceva:aveva finito. Con l’ultimo sussulto di vita si era buttato a terra dalla cuccetta: ho udito l’urto delle ginocchia, delle anche, delle spalle e del capo”. (Pagina 153). Il decimo giorno, Levi descrive l’arrivo dei soldati russi. “I russi arrivarono mentre Charles ed io portavamo Somogyi poco lontano. Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve grigia. Charles si tolse il berretto. A me dispiacque non avere berretto.” (Pagina 153).

IV

L’importanza del libro. “Se questo è un uomo”.

L’importanza storica del libro sta sicuramente nella testimonianza diretta e vera delle cose viste e descritte da Primo Levi. Come scrive lo stesso Levi alla fine della prefazione: “Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato”. (Pagina 10). La testimonianza delle sofferenze patite e del dolore inferto a tutti gli ebrei è una prova incontrovertibile della disumanità dei tedeschi e della loro ideologia del nazismo che voleva fare schiavi gli popoli europei ed eliminare fisicamente tutto il popolo ebreo. Levi stesso spiega l’odio di Hitler verso gli ebrei. Nella appendice a “Se questo è un uomo” del 1976 così Levi spiega le ragioni dello Olocausto: “Nella pratica quotidiana dei campi di sterminio trovavano la loro realizzazione l’odio e il disprezzo diffusi dalla propaganda nazista. Qui non c’era solo la morte, ma una folla di dettagli maniaci e simbolici, tutti tesi a dimostrare e confermare che gli ebrei, e gli zingari, e gli salvi, sono bestiame, strame, immondezza. Si ricordi il tatuaggio di Auschwitz, che imponeva agli uomini il marchio come si usa fare per i buoi; il viaggio in vagoni bestiame, mai aperti, in modo da costringere i deportati (uomini, donne, e bambini) a giacere per giorni nelle proprie lordure; il numero di matricola in sostituzione del nome; la mancata distribuzione di cucchiai (eppure i magazzini di Auschwitz, alla liberazione, ne contenevano quintali) per cui i prigionieri avrebbero dovuto lambire la zuppa come cani; l’empio sfruttamento dei cadaveri, trattati come una qualsiasi anonima materia prima, da cui ricavavano l’oro dei denti, i capelli come materiale tessile, le ceneri come fertilizzanti agricoli, gli uomini e le donne degradati a cavie, su cui sperimentare medicinali per poi sopprimerli”. (Pagina 173). E, poco oltre, Levi scrive: “Come è noto l’opera dello sterminio fu condotta molto avanti. I nazisti, che pure erano impegnati in una durissima guerra, ormai difensiva, vi manifestarono una fretta inesplicabile: i convogli delle vittime da portare al gas, o da trasferire dal lager prossimi al fronte, avevano la precedenza sulle tradotte militari. Non fu condotta a termine solo perché la Germania fu disfatta, ma il testamento politico che Hitler dettò poche ore prima di uccidersi, coi russi a pochi metri, si concludeva così:” Soprattutto, ordino al governo e al popolo tedesco di mantenere in pieno vigore le leggi razziali, e di combattere inesorabilmente l’avvelenatore di tutte le nazioni, l’ebraismo internazionale”. (Pagina 174).

Modica 28 maggio 2019                                           Prof. Biagio Carrubba

Modica, 27/01/2024

Prof. Biagio Carrubba

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