DAL “CORPUS TIBULLIANUM”
LE ELEGIE D’AMORE DI SULPICIA, (I SEC. a.C.)
NIPOTE DI M.V. MESSALLA CORVINO (64 a.C. – 8 d.C.).
ELEGIE DI SULPICIA
3
Il canzoniere “CORPUS TIBULLIANUM” si chiude con due elegie di Tibullo, il quale, di fronte, al tradimento delle sue donne e al dolore che ne prova, spiega ed illustra, nella prima elegia, la grande tematica del Servitium amoris. Invece nel secondo epigramma elegiaco Tibullo, come Properzio ed Ovidio, descrive l’unica risposta che i poeti elegiaci riuscivano a dare al tradimento della loro donna. Essi si tappavano le orecchie per non ascoltare la diceria che affermava l’adulterio commesso e perpetrato dalle loro donne, insensibili e indifferenti al dolore dei poeti.
TESTO DELLA PRIMA ELEGIA DI TIBULLO SUL SERVITIUM AMORIS.
ELEGIA XIX (IV 13)
Nessuna donna, (o Delia), mai potrà strapparmi dal tuo letto:
con questo patto ci unì fin dall’inizio il nostro amore.
Tu sola (o Delia), mi piaci, e all’infuori di te non c’è a Roma
una sola fanciulla che ai miei occhi possa apparire leggiadra.
E volesse il cielo che potessi sembrare bella soltanto a te!
Possa tu non piacere ad alcun altro: così sarei sicuro.
Non desidero sapermi invidiato: via da me la gloria del volgo;
chi è saggio sappia gioire nel segreto del suo animo.
Così potrei vivere felice anche nei boschi solitari
dove nessuna via sia segnata da orme umane.
Tu, tregua per me agli affanni, luce in una notte tenebrosa,
tu infinita compagnia anche in luoghi solitari.
Anche se il cielo mandasse una nuova amica a Tibullo,
ella verrebbe invano, Venere rimarrebbe assente.
Lo giuro per il lume sacro della tua Giunone,
che sola è per me più grande di tutti gli dèi.
Ma che faccio, dissennato? Ora ho ceduto i miei pegni.
Sono stato sciocco a giurare: il tuo timore di perdermi era inutile.
Ora ti sentirai più forte, e mi farai ardere con maggiore audacia:
questo malanno mi ha procurato, infelice! La mia lingua ciarliera.
Ora farò qualunque cosa vorrai, sarò sempre tuo,
né potrò sfuggire alla schiavitù che m’imponi, padrona ben nota,
ma in ceppi siederò presso gli altari della divina Venere.
Ella punisce gli ingiusti e ai supplici è benigna.
ELEGIA XX (IV 14)
Corre voce che la mia fanciulla mi tradisca spesso:
allora vorrei che le mie orecchie fossero sorde.
Codeste accuse si divulgano non senza mio cruccio:
perché tormenti un infelice, o voce crudele? Taci.
FINALE
Mi chiedo perché leggere a distanza di secoli questo canzoniere d’amore di Sulpicia e di Tibullo? Credo per diversi motivi: intanto perché queste elegie sono belle poesie d’amore. Poi perché credo che queste poesie siano ancora attuali, dato che hanno suscitato in me sentimenti elegiaci ed estetici. Infine ritengo che queste elegie siano molto belle perché con il loro linguaggio terso ed elegante (come lo ha definito Quintiliano) suscitino ancora oggi un gran risveglio di sensazioni preziose e alte; perché il messaggio esplicito di queste elegie dichiara che l’amore rende liberi, come afferma il finale dell’elegia numero XIII (IV 7): “ma trasgredire è bello, annoia invece adattare il viso alla virtù, si dirà che io sono stata degna con uno degno”.
Modica 24/10/2024
PROF. BIAGIO CARRUBBA








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