Il viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi. Dall’opera poetica “Lasciami, non trattenermi”.

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I

Introduzione e presentazione dell’opera poetica.

La bella opera poetica “Lasciami, non trattenermi” è l’ultimo libro poetico, postmoderno e profetico, postumo di Mario Luzi, composto negli ultimi anni della sua vita, fra il 2002 e il 2005, (Garzanti editore 2009). Il libro è rimasto incompiuto e incompleto per l’improvvisa scomparsa del poeta. Al libro gli manca, perciò, l’ultimo definitivo assetto finale; ma l’opera poetica, postmoderna e profetica, è comprensibile sia nel suo dinamismo interno e sia nel suo intento poetico, estetico ed escatologico. Quindi, secondo me, B. C., l’opera poetica ha perso, ben poco, delle sue fattezze e della sua bellezza finali, anche se il poeta non ha potuto dare l’ultima rifinitura e l’ultima riformulazione e composizione definitive. L’opera poetica tratta e sviluppa diverse tematiche, tutte intrecciate fra di loro, senza soluzione di continuità. La prima tematica è stata, senz’altro, il viaggio, dantesco, fantastico e ultraterreno, di M. Luzi per ascendere e arrivare, metaforicamente e oniricamente, nel desiderato Paradiso terrestre. La seconda tematica è, senz’altro, il viaggio, immanentistico, terrestre e celeste, che il grande poeta toscano ha compiuto e adempiuto nel suo lungo cammino di vita terrestre e mortale. Io, B. C., penso che Mario Luzi, nel comporre questa opera poetica, abbia avuto, come sempre, il dono divino della poesia che gli è sgorgata fluente e copiosa fino all’ultimo giorno della sua vita mortale. Come è stato già rivelato dal suo grande biografo, S. V., il poeta riceveva la sua dote di ispirazione poetica direttamente da Dio, nelle prime luci dell’alba. Il poeta, per tantissimi anni, ha saputo tradurre in versi, meravigliosi e magnifici, la sua poesia che ha travalicato il XX secolo ed è sfociata nei primi 5 anni del XXI secolo. Allora, io, B. C., penso e suppongo che quando la poesia provenga direttamente da Dio, non ci sono parole di lode e di elogio per ringraziare il poeta, che, per tanti anni, ha profuso i suoi meravigliosi versi a noi uomini mortali, comuni e impoetici. Infatti, l’ultima opera poetica, “Lasciami, non trattenermi”, ha una lexis splendida, forbita, ornata che raggiunge il massimo livello di poeticità. Ma ora io, B. C., penso e suppongo che sia necessario entrare nelle poesie di questa tematica che vuole trattare e tratteggiare il viaggio, terrestre e celeste, della vita del grande poeta toscano, per cercare di capire, godere e (gaudiare) la grande bellezza dell’opera poetica. (Il poeta usa la voce verbale “gaudia” nella poesia n. 60 pagina 114). Le poesie della tematica del viaggio, immanentistico e mortale, raccolgono i pensieri e le meditazioni del poeta, pensate ed elaborate negli ultimi anni della sua vita. Io, B. C., oggi, affermo che questa opera poetica è una intima e sincera confessione, personale e franca, del poeta fra sé e sé, ma indirizzata a tutti i lettori di poesie. Dunque tutto il discorso del poeta è un susseguirsi di pensieri, seri e gravi; in tutta l’opera non c’è un solo verso brioso o allegro e non c’è nemmeno ottimismo sul suo tempo e sulla sua storia contemporanea. La maggior parte di queste riflessioni sono tristi, amare, realistiche, senza illusioni fantastiche, senza speranze metafisiche e né sogni fiabeschi, ma vi sono soltanto poesie intelligenti, creative e decantate. Le poesie, dunque, tracciano e tratteggiano il viaggio, terrestre e celeste, che Mario Luzi ha compiuto nella sua intera vita. Il poeta parla in prima persona e con la tecnica del flashback, ritorna nel suo passato; si ricorda e ci rivela i suoi pensieri più vividi e segreti che l’hanno accompagnato per tutta la sua vita. La maggior parte delle poesie parte dal suo tempo contemporaneo per invocarlo affinché renda più leggera e più lieta la sua vita e per esorcizzare la soma del suo tempo. (Questa supplica al suo tempo contemporaneo è svolta nella poesia n. 59 pagina 113). Il punto di partenza è Firenze, descritta in due poesie, mentre il punto di arrivo è, per l’appunto, la sua epoca storica e il suo tempo odierno e contemporaneo. In definitiva, io, B. C., penso e suppongo che il viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi, sia stato un viaggio, affascinante ed entusiasmante, così come lo è stata tutta intera la sua esistenza, bella e irripetibile.

II

La poesia, nella quale il poeta è consapevole del suo stato cosciente, vigile e sapiente, è la poesia n. 58 di pag. 111. In questa poesia, il poeta spiega e illustra tutta la sua coscienza critica e nega l’illusione di un mondo, ultraterreno e trascendente, ma lui continua a credere, fermamente, con la sua fede nel regno di Dio con questi versi. Ecco l’incipit della poesia.

                                               È illusione, lo so, il mutamento,

                                               però mi riconforta

                                               della mia continuità uniforme

                                               mi porta la delizia

                                               di un sogno di ricominciamento.

                                               Ahimè, di me tutto è fisso e vario.

La tematica della raccolta, allora, può essere definita in questo modo; il poeta si trova in mezzo all’infuriare degli eventi del suo tempo e in mezzo alle temperie della sua storia contemporanea. In questo frangente, storico e personale, Mario Luzi descrive sé stesso e narra tutto ciò che ha vissuto e pensato in tutta la sua vita e ci illustra il viaggio, terrestre e celeste, che ha adempiuto dalla sua infanzia fino alla sua vecchiaia. Il poeta fa questo resoconto attraverso la tecnica del flashback, cioè il ritorno indietro nel suo passato, ripensando e raccontando le esperienze e i sentimenti della sua gioventù e della sua maturità fino ad arrivare al suo tempo odierno e contemporaneo. Infatti il poeta parte sempre dal suo tempo contemporaneo e tramite il flashback ritorna alla sua gioventù e alla sua maturità, con un crescendo di esperienze personali senza però mostrare rimpianto per gli anni passati e per le illusioni e i desideri giovanili. Questa invocazione al tempo passato e ai desideri perduti è svolta nella bellissima poesia n. 56 pagina 109, nella quale il poeta si chiede dove sono andati a finire i suoi pensieri, i suoi desideri e le sue illusioni giovanili.

Ecco i versi in cui il poeta cerca e ricerca le passioni, i desideri e le illusioni giovanili.

                                               L’avete voi tutti (desideri, illusioni e passioni giovanili)

                                               sempre riempito

                                               di vita, sempre svuotato – spogliato

                                               d’inesistenza

                                               però – non di mistero.

                                               Adesso dove siete? Vedo lappole

                                               di pioppi, riccioli, lanicci,

                                               bolle d’aria e di polvere

                                               rotolate dal vento sulla sabbia.

                                               Siete voi? Ossami non ne vedo,

                                               li ha sepolti il tempo o la pietà?

                                               Rifiorisce il luogo desertificato –

                                               dico e ridico nella mia continuità.

Le poesie, scelte da me B. C., per raccontare e narrare il viaggio, terrestre e celeste, di M. Luzi sono le seguenti. Poesia n. 3, 12, 13, 23, 27, 34, 43, 49, 52, 55, 56, 57, 59, 66, 67 e tante altre dove il poeta usa la tecnica del flashback, con la quale ritorna nel suo passato e lo rivive e lo racconta, a noi fedeli lettori di poesia e appassionati ammiratori della poesia luziana. Per tutti questi motivi, io, B. C., definisco e reputo che il viaggio, terrestre e celeste, del poeta sia stato un viaggio immanentistico, critico e cristico; critico perché M. Luzi è sempre stato un poeta critico e vigile del suo tempo e dell’Italia; cristico perché il poeta ha sempre avuto fede nella parola dei Vangeli e di Gesù Cristo. Infine, io, B. C., reputo che tutta l’opera poetica di Mario Luzi sia stata una composizione e una creazione creativa, critica ed originale.

III

La I poesia del viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi è, senza dubbio, la poesia n. 3, nella quale il poeta parla di sé stesso e descrive il paesaggio di Firenze e del fiume Arno.

Ecco l’incipit della poesia n. 3 pagina 29.

                                               Prepara il suo settembre l’Arno,

                                               entra nelle sue discrete ombre, gira,

                                               s’infrasca, si sofferma

  • pare –

ma fluisce,

                 sé oltre da sé,

il suo opaco e luminoso andare

per luoghi che l’attendono

                                               -vieni, non ci mancare-

                                               però non lo trattengono,

                                               lo guardano passare

                                               i paesi, le pergole, i vigneti.

La II poesia del viaggio è la n. 12, nella quale il poeta parla del suo tempo contemporaneo e lo descrive come un tempo pesante, gravoso e fragoroso; il poeta invita il tempo a liberarlo dalla sua soma e rendere la vita del poeta più lieve, più lieta e più leggera.

Ecco il finale della poesia n. 12 pagina 41.

                                               Oh nostro tempo

                                               lasciati per un po’ dimenticare,

                                               sollevaci di te, non occupare

                                               tutta intera la memoria

                                               e i sensi, allenta la tua presa

                                               sui pensieri nostri odierni.

                                               Guardala la meridiana, impara.

La III poesia del viaggio è la poesia n. 13 nella quale il poeta usa, per la prima volta, la tecnica del flashback ripensando ai desideri della sua gioventù e alla volontà che lo spingeva a superare e a vincere “quella misteriosa briglia”. 

Ecco il finale della poesia n. 13 pagine 42 – 43.

                                               La voglia repentina

                                               di spazio e di altitudine

                                               lo inebria, non lo insuperbisce.

                                               Il desiderio è altro da così

                                               ma è forte. Aveva

                                               la sua solarità

                                               segni celesti con cui paragonarsi,

                                               stelle, pianeti, angeli, creature

                                               ancora non decise tra ombra e luce, canti –

                                                                                   e lo ha ancora.

La IV poesia è la poesia n. 23, nella quale il poeta ritorna nel suo tempo contemporaneo e si rivolge alla estate – luce sperando che non lo sopprimi, con la sua trasparentissima fornace.

Ecco il finale della poesia n. 23 pagina 57.

                                                               Estate, non è piena

                                                               la rigenerazione,

                                                               non è al colmo la misura

                                                               di mondo che ciascuno reca

                                                               in sé, da sé con pena

                                                               e ilarità santificato.

                                                                Luce – luce che mi manchi.

La V poesia del viaggio è la poesia n. 27, nella quale M. Luzi traccia uno stupendo excursus sulla vitalità e operosità delle mani delle donne che aiutano e sostengono sempre gli uomini che gli fanno sia da madre che da figlia come recitano i versi finali.

Ecco il finale della poesia n. 27 pagina 63.

                                                                                   Così

                                                                 scritto nei segni

                                                                 infimi e celestiali

                                                                 di questo inconoscibile alfabeto

                                                                 trapassa da loro a loro

                                                                 negli evi, negli eoni

                                                                 la sapienza della specie,

                                                                 arriva a te che mi sei figlia

                                                                 e madre – dice con meraviglia il vir.

La VI poesia è la poesia n. 34, nella quale il poeta descrive il suo ricovero improvviso e drammatico in un ospedale A Nottola dove contò i minuti della sua vita e credette di morire.

Ecco l’incipit della poesia n. 34 pagina 77.

                                                           Perfido giorno

                                                           che non vuoi salire,

                                                           i minuti sono ore

                                                           le ore secoli

                                                           per l’uomo che ti aspetta

                                                           da una rigorosa prigionia

                                                           di silenzio e di immobilità coatta.

La VII poesia è la n. 43, nella quale il poeta descrive la sua Firenze all’inizio dell’autunno.

Ecco l’incipit della poesia n. 43 pagina 96.

                                               È lì, oltre la balaustrata. Flos.

                                               Il nimbo di sole novembrino

                                               in cui alza le sue guglie

                                               la scioglie dai suoi vincoli

                                               d’acqua, marmo, pietrame,

                                               fa d’aria i suoi macigni…

L’VIII poesia è la n. 49, nella quale il poeta guarda la vita che indugia prima di sparire.

Ecco l’incipit della poesia n. 49 pagina 102.

                                               Talora a cose fatte

                                               pare indugi

                                                                 s’intrattenga

                                               con sé, un attimo, la vita.

La IX poesia è la n. 52, nella quale il poeta pensa alla sua vita ma già immagina l’oltre di sé, ripensando al dubbio amletico: essere o non essere, questo è il dilemma…

Ecco il finale della poesia n. 52 pagina 105.

                                                                       una scheggia

                                               di pensiero sonnecchiante

                                               colpì al centro

                                               quel nodo, quel problema,

                                               fu un lampo…

                                                               Amleto, il tuo aut – aut

                                               ripetilo, dov’è?

La X poesia è la n. 55, nella quale il poeta reputa la storia come un procedere suo a cruenti balzelloni. Essa ignora il poeta.

Ecco il finale della poesia n. 55 pagina 108.

                                               Solo guarda, solo interroga

                                               ansiosa le mie stelle,

                                                                        di quando in quando.

L’XI poesia è la n. 56, in cui ritorna la tecnica del flashback. Il poeta ripensa a come era e si paragona a ciò che è, e come è oggi, nella intemporalità che arreco (poesia n. 59 verso 11).

Ecco l’incipit della poesia n. 56 pagina 109.

                                               Come ora sono

                                                ero, come ero

                                               allora

                                               ancora sono –

                                                                       Questo è il mio scenario.

La XII poesia è la n. 57, nella quale il poeta vorrebbe conoscere il suo principio ma soprattutto vuole conoscere il momento della sua morte per attenuare l’amaro stillicidio.

Ecco l’incipit della poesia n. 57 pagina 110.

                                               Vorrei, vorrei talora

                                               conoscere il principio

                                               mio, di me, o almeno

                                               immaginarlo.

                                                                    Potrei allora

                                               incutermi una morte

                                               e il suo timore

                                                              oppure delibarne

                                               l’amaro stillicidio

                                                                           giorno giorno

                                               nell’agonia del cuore.

La XIII poesia è la n. 59, nella quale il poeta si rivolge, ancora una volta, al suo tempo contemporaneo e lo supplica di lasciarlo in pace e di non disunirlo.

Ecco l’incipit della poesia n. 59 pagina 113.

                                               Perché, tempo, mi strazi,

                                               perché mi disunisci

                                                                              e sbrani

                                               la compagine della mia chiarezza,

                                               perché contro di me

                                                                              usi l’uomo

                                               come un dardo, la sua pena

                                               come un nembo?

La XIV poesia è la poesia n. 66, gemella con la poesia n. 67. In queste poesie Mario si rivolge al silenzio che dovrebbe avere il sopravvento sul fragore e sulle temperie del suo tempo. Invece il silenzio non ha voce e non può chiedere a nessuno la pace. Questa poesia, insieme alla n. 67, chiude il viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi.

Ecco il testo della poesia n. 66 pagina 126.

Silenzio,

              la tua voce

tace

            o presa

            invece

dalla sua profondità

non dice:

               pace

agli uomini di buona volontà,

come a noi piace

sentirla significare

bensì cuoce

in sé, universale face,

una sua misteriosa

incandescenza di fornace,

riduce

            a nulla e a luce

ogni pensiero della specie,

                        assume

in sé

            il suo proprio nome…

                             Oh fiat!

Il tutto indicibile s’infuoca.

La XV poesia è la n. 67, nella quale il poeta ritorna a invocare il silenzio, che, invece, soggiace al funereo stillicidio del suo tempo e al nero siero della sua epoca che piomba sul poeta.

Ecco il testo della poesia n. 67 pagina 126.

                                               Silenzio, sei profondo,

                                                però non cessa, piomba

                                               goccia a goccia,

                                               funereo stillicidio  

                                               nella pozza

                                               immensa

                                               del tuo vaso,

                                                                    il nero

                                               siero

                                                       della deiezione nostra

                                               e non basti tu, il desiderio

                                               suo è di un baratro

                                               dove precipitare

                                               e dal cui fondo risorgere

                                               candore e canto.

Finale.

In questa ultima poesia del viaggio, c’è tutta l’attesa e il desiderio per il poeta di ricominciare una nuova vita, quella celestiale ammantata di luce pura così come, in tanti versi, aveva espresso questo suo desiderio come nei versi finali della poesia n. 14. “Tutto è compiuto? / oppure ha cominciamento?” Oppure in questi altri versi della poesia n. 35. “Oh Dio del mondo/ quando sarò rinato?” Oppure in questi altri versi della poesia n. 37. “Verso il punto/ d’origine, di fine, di ricominciamento”. Da questo ricominciamento il viaggio terrestre del poeta finisce e comincia la vita celestedi Mario Luzi.

IV

Riporto, integralmente, alcune poesie del viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi.

Introduzione alla seconda poesia del viaggio.

La seconda poesia del viaggio, terrestre e celeste, di Mario Luzi, qui sotto riportata, è la poesia n. 12 dell’opera poetica. Il poeta, in questa poesia, parla in prima persona, ed esprime tutto il peso della sua età e invoca il suo tempo a lasciargli vivere la sua vita più lieta e più leggera. Poi il poeta parla della sua epoca e del tempo, che scorre inesorabilmente, e che tutto abrade. Il poeta ricorda, anche, che la misura del tempo non è il quadrante dell’orologio, ma la celestiale spera. Infine il poeta invoca il tempo di allentare la sua presa su di lui e sull’umanità perché il poeta aspira ad un periodo di pace e di serenità. L’ultimo verso, Guardala la meridiana, impara, secondo me, B. C., è una invocazione vana, perché la storia e il tempo odierno e postcontemporaneo non finiranno mai di allentare la presa né sul singolo uomo né sull’intera umanità.

Testo della II poesia.

                                                           Ricordo o preveggenza

                                                           di lei, spettrale testimone

                                                           del tempo

                                                                           che il tempo astrale fige,

                                                                       che il tempo

                                                           luminosamente abrade.

                                                           Ricorda nubi,

                                                           ricorda casi umani

                                                           oppure in non ricordo

                                                           prima e dopo si equivale.

                                                           Questo tutto – nulla le accade,

                                                           si scorrono reciprocamente

                                                           l’uno dentro l’altro

                                                           gli evi, non ne è misura

                                                           il suo quadrante, solo deserta

                                                                             celestiale spera.

                                                           Oh nostro tempo

                                                           lasciati per un po’ dimenticare,

                                                           sollevaci di te, non occupare

                                                           tutta intera la memoria

                                                           e i sensi, allenta la tua presa

                                                           sui pensieri nostri odierni.

                                                           Guardala la meridiana, impara.

Introduzione alla quarta poesia del viaggio.

La quarta poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 23 pagina 56. Ecco un bel esempio di poesia scritta a briglia sciolta da Mario Luzi. Il poeta ha allentato il suo controllo sulla lexis e sul discorso che vuole comunicarci nella poesia. Allora la elocuzione della poesia diventa, veramente, sciolta senza freni e il poeta si diverte ad adoperare parole, molto difficili, come transustanziazione per conferire al componimento poetico una composizione più pregiata e una veste più preziosa, a discapito della coerenza logica, che diventa poco comprensibile ma a favore della forma postmoderna che assume una forma decorativa e decorosa e dà alla poesia una maggiore creatività espositiva e compositiva più sfrenata, più libera e più originale. Un altro bel esempio di poesia a briglia sciolta è la poesia n. 64 pagina 123.

Testo della IV poesia.

                                                           Non negarti, non essermi

                                                           avara di te, estate – luce

                                                           che mi celebri

                                                           materia

                                                           e materia quasi mi sopprimi

                                                           nella tua trasparentissima fornace.

                                                           Vieni, la transustanziazione ha fame,

                                                           l’opera ha da procedere

                                                           tutta fino in fondo.

                                                           Si aprono nell’azzurro campo

                                                           Talora cancellate d’aria

                                                                                                 recinti

                                                           proibiti all’ansia del respiro umano.

                                                           Si offrono alla sapienza

                                                           profondità in cui annega,

                                                                                                   però senza

                                                           l’ardore e la fragranza

                                                           resinosa, i sentori

                                                           di nido e di caverna

                                                           che porta al cielo

                                                                                      la tua vampa,

                                                           estate, non è piena

                                                           la rigenerazione,

                                                            non è al colmo la misura

                                                           di mondo che ciascuno reca

                                                           in sé, da sé con pena

                                                           e ilarità santificato.

                                                           Luce – luce che mi manchi.

Introduzione alla quinta poesia del viaggio.

La quinta poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 27 pagine 62, 63. Ecco uno stupendo esempio di poesia scritta a briglia sciolta, ma, questa volta, curata e misurata nei minimi dettagli. Il poeta usa e adopera con la massima cura l’arte della mestica, cioè l’arte sapiente dei pittori che mescolano i colori per ottenere la tonalità voluta; così è anche il caso della sapienza dei poeti che adoperano, uniscono e mescolano le parole per ottenere la massima espressività voluta dal poeta. In questa poesia Mario Luzi ha voluto esprimere tutta la sua ammirazione verso le donne e ha composto questa poesia per dar voce, tonalità ed espressività alle donne, che con le loro mani sostengono e costruiscono il loro aiuto agli uomini per educarli e formarli in veri uomini, attraverso la loro muliebrità. Inoltre la poesia è ricca di metabasi, cioè il poeta adopera molti passaggi da un argomento all’altro, nell’ambito dello stesso discorso, per dimostrare la sua tesi e cioè che le donne sono madre e figlie degli uomini. Esse come madri tramandano ai loro figli la sapienza della specie, e come mogli trasmettono il loro Amore attraverso l’affettuoso ponte della muliebrità, e, l’universo d’amore.

Testo della V poesia.

                                                           Si levano da oscure

                                                           profondità del tempo,

                                                           si cercano, vorrebbero

                                                           prendersi, tangersi, toccarsi

                                                           da era a era

                                                                             esse, le mani –

                                                           sono mani di donna

                                                           tese per il salvataggio

                                                           da un naufragio

                                                                       nell’essere perduto

                                                           e prodighe

                                                                           nel comunicare

                                                           vita a vita

                                                           attraverso l’oceano

                                                           di tempo che le spazia.

                                                           Si mancano però infinite volte,

                                                           è inane il loro sforzo,

                                                           si allungano allo spasimo

                                                           le une verso le altre,

                                                           non giungono a sfiorarsi

                                                           neppure per un attimo:

                                                           si sentono nondimeno

                                                                                               esse

                                                           le pile

                                                           di un affettuoso ponte

                                                           della muliebrità.

                                                           L’universo d’amore le sostiene,

                                                           altra necessità

                                                           si oppone e le disperde.

                                                                               Così

                                                           scritto nei segni

                                                           infimi e celestiali

                                                           di questo inconoscibile alfabeto

                                                           trapassa da loro a loro

                                               negli evi, negli eoni

                                               la sapienza della specie,

                                               arriva a te che mi sei figlia

                                               e madre – dice con meraviglia il vir.                                    

Introduzione alla ottava poesia del viaggio.

L’ottava poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 49 pagina 102. Ecco un bel esempio di poesia scritta a briglia sciolta dal poeta, il quale adopera ed implementa un sottile paragone tra la vita che fugge, velocemente e inesorabilmente; ma sembra che essa, la vita, indugi prima di lasciare definitivamente la vita di ogni uomo. Questo indugio è una pia illusione, afferma il poeta, perché questo indugio dura così poco, quanto il ritiro di un panno steso ad asciugare, cioè un tempo irrisorio. In effetti la vita passa e fugge via velocemente e non dà nemmeno il tempo di accorgersi che essa non c’è più. L’ultima parte della poesia è costituita da una metabole, cioè una variazione del ritmo e della struttura del periodo, che si accompagna a un cambiamento nello stesso discorso. Infatti il poeta si chiede: il telo è essenziale? La risposta del poeta è questa: anche il telo fa parte del gioco. Erat.

Testo della VIII poesia.

                                                           Talora a cose fatte

                                                           pare indugi

                                                                             s’intrattenga

                                                           con sé, un attimo, la vita.

                                                           Un’occhiata prima di lasciare

                                                           dal balcone della sua retroveduta

                                                           e rientrare.

                                                           Le concilia il faticoso

                                                           o il tribolato della sua durata…

                                                           Che dirne? lo ritira

                                                           come in fine di giornata si ritira

                                                           un panno steso ad asciugare,

                                                                                               e tace.

                                                           Ma copriva quel telo

                                                           il vero, l’essenziale?

                                                           No, lo era, era parte del gioco. Erat.

Introduzione alla nona poesia del viaggio.

La nona poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 52 pagina 105. Ecco un altro bel esempio di metabole che il poeta usa per comporre questa breve ma intensa poesia. Infatti il poeta salta da un argomento ad un altro, con molta disinvoltura e cambia il ritmo del discorso in un battibaleno e vola anche nei trapassi luziani delle immagini; anche la lexis della poesia è molto varia e variegata. Alla fine il poeta, con un triplo salto mortale, arriva ad Amleto per ricongiungersi al primo verso e, così, ricompattare tutta la poesia. Il primo verso parla della sofferenza e del pensiero della morte che fa soffrire prima di morire, così come recita il dubbio amletico: Essere o non essere, questo è il dilemma.

Testo della IX poesia.

                                                           Chi soffre al pensiero

                                                                                             del niente

                                                           soffre essendo,

                                                                                   ostaggio

                                                           dell’essere il vivente

                                                           anche oltre di sé –

                                                                                        una scheggia

                                                           di pensiero sonnecchiante

                                                           colpì al centro

                                                           quel nodo, quel problema,

                                                           fu un lampo…

                                                                           Amleto, il tuo aut – aut,

                                                           ripetilo, dov’è?

Introduzione alla decima poesia del viaggio.

La decima poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 55 pagina 108. Ecco un altro bel esempio di metabole e un altro esempio di metabasi, poesia scritta a briglia sciolta, di Mario Luzi. Infatti il poeta, nella prima parte della poesia, varia e salta da un argomento all’altro, senza soluzione di continuità, cambiando ritmo e registro linguistico a suo piacimento. Sembra di entrare in una mesticheria, cioè in un negozio di colori e di vernici; e dopo che il poeta ha deciso quali tonalità e colori adoperare e mescolare, comincia la poesia. Il poeta mestica le parole, a sua volontà, per ottenere la massima espressività che vuole dare al componimento, e che desidera ottenere. Alla fine della composizione, il poeta ottiene, secondo me, l’effetto desiderato e voluto. Infatti, io, B. C., reputo che Mario Luzi ha composto una bellissima poesia sulla storia umana, che procede a cruenti balzelloni. Ed essa, la Storia umana, ignora il poeta e lo guarda di quando in quando. La conclusione e la tesi della poesia mi hanno fatto ricordare un altro componimento poetico che ha lo stesso argomento e cioè la poesia “La storia” di Eugenio Montale. Ambedue i componimenti poetici trattano e sviluppano lo stesso argomento e arrivano alla stessa conclusione e alla stessa tesi e cioè che La Storia non guarda in faccia a nessuno e procede per la sua strada, distruggendo chi non si allinea con essa e annega chi non riesce a nuotare con essa. Sia la poesia di Mario Luzi sia la poesia di Eugenio Montale sono due autentici capolavori della stessa levatura poetica e della stessa originalità creativa, raggiungendo una parità assoluta dal punto di vista poetico, culturale ed estetico. Infatti ambedue i componimenti poetici sono, secondo me, bellissimi, struggenti e originali.

Testo della X poesia.

                                                           Oh quanti sono

                                                                                    che di me non sanno

                                                           ma attraversano il mio campo

                                                           come loro proprietà…

                                                                                 che altro fanno

                                                           le antilopi, i mosconi;

                                                           che altro fa

                                                                            la storia umana

                                                           nel procedere suo

                                                           a cruenti balzelloni

                                                           tra sé e sé medesima, qua e là?

                                                                                                          Mi ignora,

                                                           rare volte esplora

                                                           con grazia e con amore

                                                           la dimora

                                                                          minima e sconfinata

                                                           che le apro

                                                           e le preparo per la sua durata.

                                                           Solo guarda, solo interroga

                                                           ansiosa le mie stelle,

                                                                                       di quando in quando.

Introduzione alla XIV alla XV poesia del viaggio.

La XIV poesia del viaggio è la n. 66 pagina 126; mentre la XV poesia del viaggio, qui sotto riportata, è la n. 67 pagina 127. Nelle poesie n. 66 e n. 67 il poeta si rivolge al silenzio e lo invoca, come voce del suo tempo; invece il silenzio è sopraffatto dalle temperie e dal fragore della sua epoca che impediscono al silenzio di dire agli uomini: pace agli uomini di buona volontà. Inoltre il suo tempo riduce a nulla ogni pensiero e spegne ogni luce della specie umana e il tutto diventa una babele incomprensibile e il mondo diventa un rogo totale, come recita l’ultimo verso della poesia n. 66: “Il tutto indicibile s’infuoca.” Nella poesia n. 67, Mario Luzi chiude, definitivamente, il suo viaggio, terrestre e celeste. È una poesia stupenda nella quale il poeta si rivolge, ancora una volta, al silenzio profondo. Questo silenzio profondo, però, non basta a fermare il funereo stillicidio che piomba, goccia a goccia, sulla sua vita, perché il funereo stillicidio della deiezione vuole trovare un baratro dove sprofondare e da cui risorgere con un candore e un canto. Così, Mario Luzi, spera che la vita, dopo il tunnel e il buio della morte, esca più luminosa e più viva di prima. Io, B. C., reputo che queste due poesie rappresentino e raffigurino l’ultimo canto del cigno di Mario Luzi. Come il cigno, prima di morire, canta il suo ultimo canto estremamente dolce e melodioso, così Mario Luzi ha composto e cantato il suo ultimo melodioso e triste canto poetico.

Testo della XV poesia.

                                                           Silenzio, sei profondo,

                                                           però non cessa, piomba

                                                           goccia a goccia,

                                                           funereo stillicidio

                                                           nella pozza

                                                           immensa

                                                           del tuo vaso,

                                                                               il nero

                                                           siero

                                                                    della deiezione nostra

                                                           e non basti tu, il desiderio

                                                           suo è di un baratro

                                                           dove precipitare

                                                           e dal cui fondo risorgere

                                                           candore e canto.

V

Analisi del contenuto.

Sintesi delle poesie.

La sintesi delle poesie è espressa chiaramente nel finale delle poesie n. 57 e 58, nelle quali il poeta esprime tutta la sua felicità e la sua febbrilità per la sua eccitante e inebriata vita e per il compito del suo io che deve diventare un’immagine specchiata del cielo.

Ecco i versi finali della poesia n. 57 pagine 110.

                                                           Vorrei, vorrei mio io

                                                           privarti di infinito,

                                                                                         darti un limite,

                                                           un’alterità, un nemico,

                                                           ma a questo non sei nato

                                                           tu rispecchi un’immagine specchiata,

                                                                                                      e il cielo

                                                           riflesso lo rifletti

                                                           ancora e sempre per l’eternità.

Ecco i versi finali della poesia n. 58 pagine 111 e 112.

                                                                                   Io contengo

                                                           questa febbrilità, ne sento

                                                           diffondersi il fervore

                                                           nelle fibre del mio perpetuo evento.

                                                                              Un po’ mi astengo

                                                           dal gioirne, poi vince la grazia

                                                           del tempo sulla intemporale

                                                           imperturbabilità mia,

                                                                          e così scendo

                                                           inebriato in me, sempre più in me

                                                                       finché…

Il messaggio delle poesie.

Il messaggio delle poesie è espresso chiaramente nelle poesie n. 60 e 61 nelle quali il poeta descrive l’Essere, cioè la vita sulla Terra e afferma che l’Essere, sorge all’alba e tramonta a sera, ma non raggiunge mai la perfezione. E il poeta si chiede quale sia stato il posto e l’importanza che egli ha avuto in questa vita e su questa Terra.

Ecco il finale della poesia n. 60 pagina 113.

                                               Ma, misericorde, cala

                                               su di sé, a sua custodia,

                                               palpebra su pupilla

                                               l’essere: come sogno,

                                               come perdono.

                                               Ecco il finale della poesia n. 61 pagina 115.

                                                                                              Oh no,

                                               scendi più addentro,

                                                                       altro essere si aggiunge,

                                               tapino, alla tua insufficienza,

                                                                                    sei tu che lo generi

                                                                                               e lo ammanti

                                               per la inesauribile fiammata… mirum!

La tesi delle poesie.

La tesi delle poesie è espressa chiaramente nelle poesie n. 59 e 63, nelle quali il poeta si chiede se la sua vita è stata una vera vita o un sogno, e se lui è stato necessario, oppure è stato indifferente in questo mondo dove tutto si tiene.

Ecco il finale della poesia n. 59 pagina 114.

                                               Neanche tu, essere, sai

                                               dunque, quale necessità mi tiene

                                               a questa servitù

                                               del bene, del male, della sofferenza.

                                               O nodo inestricabile

                                               delle nostre catene…

Ecco il finale della poesia n. 63 pagina 118 e 119.

                                               Chi sa, potresti forse

per pura libertà

o per arbitrio

da questa imminenza esserne esente,

viverne distante

eppure da sempre ne sei parte,

palese o clandestino astante,

oh, tout se tient.

VI

Analisi della forma.

Genere e metrica delle poesie.

L’opera poetica appartiene, sicuramente, al genere della poesia postmoderna e profetica, perché quasi tutte le poesie sono composte e costruite con strofe, allungate e mobili, e con versi, a gradini e a incastri, frastagliati fra di loro, conferendo ed esibendo a tutti i componimenti una forma varia e aperta e un andamento più brioso, più brillante e più leggero.

Il linguaggio poetico e la lexis delle poesie.

Il linguaggio delle poesie è, certamente, un linguaggio alto, aulico, raffinato, ricercato e personale. Le parole sono somministrate con altissima cura all’interno delle varie strofe. La lexis delle poesie è forbita, elegante, decorosa, costruita con molte figure retoriche come il bellissimo chiasmo della poesia n. 56. Inoltre tutta la elocuzione delle poesie è costruita con un periodare sciolto, ornato e ricercato; si direbbe, quasi quasi, che le poesie sono state scritte e composte a briglie sciolte come è evidente in molte poesie che rendono testimonianza della rapidità e della velocità nella composizione e nella redazione della sua ultima opera poetica, postmoderna e profetica.

La stimmung delle poesie.

La stimmung delle poesie del viaggio è, certamente, la parte più importante e più robusta dell’intera opera. Infatti le poesie esprimono, al massimo grado, tutto il sentire, le emozioni e i sentimenti del poeta negli ultimi anni della sua vita. Inoltre il poeta sa, anche, comunicare il suo vigore senile, la sua forza giovanile e la serietà della maturità.

Infine io, B. C., dico che molte poesie dell’opera esprimono, soprattutto, anche tutto il calore e l’effusione del cuore del poeta. In ciò il poeta si mostra, sorprendentemente, una persona e un poeta rara avis.

Lo stile delle poesie.

Lo stile delle poesie è, senza dubbio, raffinato, elevato, magnifico e maestoso perché il poeta si esprime con una grande profusione di parole nuove e versi stilizzati, che rappresentano e raffigurano, in pieno, lo stile luziano fatto da trapassi improvvisi, indescrivibili e vertiginosi.

La bellezza delle poesie.

La bellezza delle poesie del viaggio è, veramente, incredibile, inarrivabile, diffusa in ogni poesia ed emana da ogni componimento. La grande bellezza della poesia proviene sia dal variare dei sentimenti: dal più preoccupante e disperato come nella poesia A NOTTOLA, ai sentimenti più lieti e felici del poeta come nelle poesie n. 57 e 58. Un altro motivo di bellezza del libro proviene, anche, dalle idee e dalle osservazioni che il poeta sviluppa intorno alla vita e alla morte; infatti il poeta spera sempre che dopo la morte ci sia sempre il ricominciamento in una luce pura e divina.

Giudizio finale.

Non c’è dubbio che il mio giudizio finale è, semplicemente, di stupore e di meraviglia di fronte a tanta bellezza espressa, diffusa e sprigionata dal libro poetico. Il poeta parte sempre dal suo periodo storico e contemporaneo, ma ritorna parecchie volte nella sua fanciullezza, per ritornare, infine, nel suo periodo storico odierno, che piomba e strapiomba sulla sua vita e sulla sua epoca. Il poeta spera che, dopo aver attraversato la sua intensa e fantastica vita, possa rinascere a una nuova vita, con più candore e canto. Infine io, B. C., reputo e constato che la bellezza di questa opera poetica consiste nel fatto che ogni volta che leggo queste poesie esse mi generano un benessere estetico ed estatico e mi sembra che le poesie si rigenerino e si plasmino da sole per creare, ancora, altra bellezza poetica. Io, B. C., penso che il poeta riesca, magnificamente, a tramutare i sentimenti in versi, meravigliosi e magnifici; e reputo che i versi, originali, meravigliosi e postmoderni, abbiano saputo plasmare i sentimenti e le immagini del poeta conferendo all’intera opera una forma originale, creativa e postmoderna. Infine io, B. C., ogni qualvolta, che leggo l’opera poetica, provo un grande e leggiadro gaudio che si rinnova, nuovamente e continuamente, perché mi suscita nuovi sentimenti, nuove idee e nuova meraviglia.

Modica 29 febbraio 2024                                                          Prof. Biagio Carrubba

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