ALCUNI MOTIVI DELLA BELLEZZA DEL ROMANZO“DICERIA DELL’UNTORE” DI GESUALDO BUFALINO.

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1) Il primo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato, certamente, dal linguaggio, omogeneo, coeso, teso e vibrante e dalla struttura sintattica enfatica, esclamativa. Il lessico del romanzo è pieno di parole rare, difficili, inconsuete, auriche, raffinate, aspre, ostiche, quasi ostili alla lettura. La prima lettura, in effetti, si presenta difficoltosa e lenta, ma già piena di fascino letterario. Io, B. C., definisco la prosa di Diceria dell’untore “una prosa arzigogolata”. Lo stesso Bufalino usa il termine arzigogolo a pag. 98.

Esempio di parole ostiche, rare e auliche.

Uberius pag. 11; commendatizie pag. 11; dall’effratta pag. 12; morione pag. 14; escreato pag. 16; alea pag. 25; arce pag. 19; Citera pag. 23; propalava pag. 30; d’affralito pag. 43; consunzione pag. 48; sinopie pag. 50; melassa pag. 59; scialo pag. 59; aggetti pag. 70; cociore pag. 71; canea pag. 76; beni parafernali pag. 120; m’imbrancai pag. 104; provvisione pag. 105; amba pag. 107; smussatura pag. 109; cafarnao pag. 111; piatto spaso pag. 112; paraffo pag. 113; cotta pag. 115; bastia pag. 116; strombi pag. 119; cabaletta pag. 121; ancile pag. 126; ciborio pag. 126; scolopendre pag. 129.

2) Il secondo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è la costruzione sintattica, che presenta un periodare complesso e ricco di subordinateche rendono ancora più lenta la lettura, ma aumenta ancor di più il fascino del romanzo. Periodi lunghissimi, che hanno un andamento lungo e tortuoso, ma di crescente bellezza. Le proposizioni si possono definire, secondo me, “periodi arzigogolati”.

3) Il terzo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è data dalla ricchezza delle figure retoriche, che danno al romanzo un fascino, tutto particolare di stile barocco borrominiano e gli conferiscono una bellezza spigolosa, aspra, preziosa, pregiata, raffinata e infine insuperabile, perché originale e personale. Le figure retoriche più frequenti sono: gli ossimori, le metafore, le paronomasie e le allitterazioni.

Esempi di ossimori: Oh, sì, furono giorni infelici, i più felici della mia vita pag. 16; feticcio amoroso pag. 51; rabbiosa tenerezza pag. 71; giovinezza cariata pag. 77; “Oh il mio impaziente paziente pag. 96; miele amaro pag. 125; buio sorriso pag. 106; vanitose agonie pag. 106; torva solennità pag. 107; efferato silenzio pag. 126; con spaventato coraggio pag. 45.

Ecco alcuni esempi di paronomasia.

Marta morta pag. 87; ambascia pag. 15 e ambage pag. 36; alea canea; propalare e propagare; gragnuola e grugnoculo pag. 15; canizie, canicola e caligine pag. 15; garbuglio pag. 43 e subbuglio pag. 45.

Esempi di endiadi: voce biondina e ansiosa pag. 77; narcise e civette pag. 60; la fatua e la dannata pag. 72;

Esempi di allitterazioni. S’abbrancò addosso pag. 73; riparo e riposo pag. 119; brancicare pag. 36, abbrancare e m’imbrancare pag. 104.

Esempi di sintagmi creativi, nuovi, originali, belli e singolari. Cascami della storia, uno sfrido umano pag. 21; nobilitare un destino che ci è giocoforza patire pag. 9; l’attese della morte è una noia come un’altra pag. 36; già tutto lustro di un fosforo di nottiluche pag. 109.

4) Il quarto motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dal tono emotivo del romanzo, imperniato sulla melanconia dei personaggi e dal malumore (pag. 69) e dalla volubilità del protagonista. “Tanto si contraddice in me il garbuglio dei sentimenti (pag. 43)” e dal tono rievocativo dell’esperienza passata dal protagonista nel sanatorio che gli rimarrà indelebile per tutta la vita. “Ma, allo stesso modo dell’istrione in ritiro che ripone nel guardaroba i corredi sanguinosi di un Riccardo o di un Cesare, io avrei serbato i miei coturni, e le tirate al proscenio dell’eroe che avevo presunto di essere, in un angolo della memoria (pag. 133)”. Il protagonista sente molto la nostalgia della sua vita passata da malato, ma vissuta intensamente fra la vita e la morte. “E mi dicevo che l’estate era finita e la mia gloria insieme. E che di tante febbri, e frasi, e fazzoletti zuppi di lacrime e sangue, perfino il ricordo presto si sarebbe consumato (pagg. 124 -125)”. I tempi verbali sono per lo più al passato, per indicare un tempo già vissuto, ma ancora vivido e presente nella vita attuale del protagonista. “Chi avrebbe mai pensato che dovesse toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola? pag. 52.

5) Il quinto motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dal valore della vita che viene cercata e difesa in tutti i modi e, a tutti i costi, da tutti i malati e che viene apprezzata da ogni malato fino all’ultimo minuto. Su questo punto vi sono due bellissimi discorsi, uno fatto dal protagonista e l’altro espresso ed urlato da Marta al protagonista. Ecco il discorso del protagonista a Sebastiano per incoraggiarlo a vivere e fargli passare la crisi e la depressione dovute alla sua lenta e incurabile malattia. “Ma siamo vivi! In questo istante sei vivo. Guarda la luce, come ti grida nelle pupille. Sei vivo e non è stupefacente? Qui e ora, nel buco d’aria che riempi col volume del tuo corpo, e che possiedi tu solo nell’universo degli universi, non sei forse Dio? Questo è il miracolo, questo è il mistero. (pag. 72). Ecco il bel discorso di Marta sulla vita, preziosa, insostituibile e irripetibile. “Ascoltami aggiunse, con una torva solennità, e ricordati: io sola sono vera e sarò finché vivo. Voi, gli altri, siete appena barlumi e finzioni che sento respirare e parlare al mio fianco. Capiscimi: nei miliardi dei secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte. E tutte le carneficine e derive dei continenti e scoppi di stelle sono soltanto canzonetta e commedia al confronto di questo minuscolo e irripetibile cataclisma, la morte di Marta. Cosa non farei per ritardarlo di un attimo. La puttana, la spia, l’aguzzina. E chissà che non l’abbia già fatto. (Pag. 107).

6) Il sesto motivo di bellezza di Diceria dell’untore è il tema della malattia, che incute paura, panico e terrore nei vari personaggi. Ma ogni personaggio reagisce in modo totalmente differente dagli altri malati nei confronti della malattia e della inevitabile morte per consunzione (pag. 48) e per convulsione. Sebastiano si sfracellò nella tromba della scala un mattino (pag. 20). Padre Vittorioaccettò la morte come un atto di liberazione e di ricongiunzione con Dio (pag. 48); Martafuggì via per ripassarsi un’ultima volta cielo, terra e mare (pag. 104) e perché “Volevo andarmene dal mondo col ricordo di una carezza giovane addosso, dopo tante carezze di vecchio (pag. 86); il Gran Magrosi abbandona a sé stesso, con naturalezza, senza la paura di Dio e senza opporre nessuna resistenza alla morte, accettandola come un evento naturale. Il colonnello morì, all’improvviso, “Per un insulto che chiamarono pneuma spontaneo (pag. 127)” e Luigi, l’allegro, muore come non sopportasse di restare scompagnato dall’altro Luigi, il pensieroso (pag. 127).

7) Il settimo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dalla descrizione della morte di alcuni personaggi. Bufalino descrive, in modo superbo, la morte di alcuni personaggi, colta nel momento in cui il personaggio lascia la vita e muore. Ogni malato viene descritto nel momento, nel quale avviene la trasformazione naturale dalla vita alla morte e nell’attimo preciso nel quale la vita cede alla morte. Due bellissime descrizioni sono: la morte di Marta. “Era morta, questo era ora il suo stato naturale e pacifico. Come se non fosse stata mai altro: di botto impietrita, uccisa e neutra, una cosa (pag. 120). Bellissima è anche la descrizione della morte del Gran Magro. “Rimase così, con una sorta di ghigno, non perverso ma lieto, dipinto sul viso, un ghignetto che gli conoscevo, così vivido che mi ci volle tempo per capire ch’era finita, e che ogni minuto, a partire da quello, sarebbe stato uguale per lui: una catena uguale di neri minuti, un fiume senza sponde di identici, eterni, inaccaduti minuti (pag. 129).

8) L’ottavo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dalla insuperabile descrizione di certi luoghi e di certi paesaggi, come la tempesta di vento africana (pag. 50) o l’eccezionale descrizione di un tramonto. “Intanto l’aria, benché il giorno volgesse alla fine, appariva ancora tutta stordita di luce. Non solo quella del sole, di cui durava ad occidente, al centro di una schiuma di vapori, fra braci di cenere, la barbarica porpora… (pag. 108)”. E la insuperabile descrizione del mare, quando i due protagonisti arrivano sulla spiaggia “Era calata la sera, e il mare, che mille volte in passato m’era parso nascere dalla curva delle colline domestico e balneare come nelle guide, non ci fu verso qui che risparmiasse uno solo dei suoi veleni: né il borbottio dei suoi contrabbassi arrocchiti; né le stereotipie delle onde contro la riva; né il secolare malodore di calafature e disastri. (pag. 118)”.

9) Il nono motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dalla saggezza popolare dei personaggi. Una frase, molto significativa e bella, in particolare, è quella detta dal puparo, a commento dello spettacolo dei pupi: “Ahi i destini degli uomini, una spugna bagnata li cancella come una pittura” (pag. 116)”. Ancora più belli sono le considerazioni del Gran Magro sulla morte di Marta: “Non giustificarti ragazzo mi disse. Dopo tutto è meglio così. È morta fin troppo tardi. Ma nessuno ha orecchio a capire la musica della propria esistenza, e a fermarla al momento giusto. E per lei quel momento era già avvenuto due volte (pag. 123)”. E poco dopo lo stesso Gran Magro preannuncia al protagonista la sua morte. “Pazienza, non ora. Del resto non manca più molto, la mia stessa musica è agli sgoccioli. Una fuga, è stata una fuga. Ho corso attraverso la vita senza capirci niente (pag. 123)”. Un’altra bellissima considerazione sulla vita e sulla morte è quella fatta e svolta da Bufalino sulla casualità degli incontri fra gli uomini e il loro destino. Ecco il bellissimo lacerto. “Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita. non si conosce mai chi si vuole, ma chi si deve o chi ci capita, secondo che una mano sleale ci rimescoli, accozzi e sparigli, disponendo o cassando a suo grado gli appuntamenti sui canovacci dei suoi millenni. Così, per quanto io da moltissimi anni sia tornato, come già prima nell’adolescenza, a un’opaca negazione del Cristo, e a quell’incontro imprevisto, estratto da un calcolo o caso fra gli infiniti possibili, che devo averci pensato, per l’unica volta, con delicatezza e sgomento, fino al giorno in cui, nell’attimo stesso della morte del mio amico, mi ritrovai più asciugato di un ciottolo, e seppi che fin allora il mio cristianesimo non era stato che una gravidanza supposta, una isteria di tre mesi. Oppure solo il vizio di ascoltare, a mezzo metro da me, commovente e barbuto, un giovane apostolo che mi raccontava nell’Altra la nostra stessa Passione (pag. 29)”. Questo brano è, sicuramente, un esempio estremo e superbo di prosa arzigogolata e di barocco borrominiano.

10) Il decimo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dalla descrizione del protagonista, il quale in un primo momento è descritto nei suoi sentimenti, primordiali e aggressivi, perché egli dava un valore, tutto pratico, alla sua nuova esperienza di vita da malato. Egli stesso si definiva “volpino, cialtrone e ciarlatano”. Da questo dato di partenza, il protagonista, attraverso l’esperienza della malattia e della morte dei suoi amici, matura e diventa un uomo più consapevole di sé stesso e della vita. Il protagonista, insomma, matura un’esperienza profonda, con la quale si procurerà l’obolo di riserva con cui pagare il barcaiolo che lo porterà nell’altro mondo nell’ultima e definitiva chiamata sulle soglie della notte. Bufalino entra, così, nel mondo interiore del protagonista e riesce a descriverlo come un uomo comune, con i suoi difetti e pregi. Una cosa che importava al protagonista era quella di sfruttare a suo favore l’ambiente e l’occasione dove si trovava per la malattia. Ecco come Bufalino descrive il cinismo e l’egoismo del protagonista. “Poiché, insomma, non s’accomodava con l’economia del mio tempo il prolungarsi di uno stato d’estasi e vitanuova, quando a me, al contrario, serviva solo un corpo da consumare subito, prima che il nostro vagone piombato si fermasse al deposito della stazione d’arrivo (pag. 42)”. Ma il protagonista attraverso l’esperienza della malattia, a poco a poco, cambia la sua visione di vita e, alla fine, della sua esperienza di malato, ne esce completamente cambiato e maturato. Ha, ora, una maggiore consapevolezza della vita e della morte. “Ma (mi toccava ora divorziare per sempre) da un’effigie doppia, un trompe-l’oil di me stesso, un ectoplasma elusivo che avevo imparato ad amare, e che avrei dovuto lasciarmi in pegno dietro le spalle, come il giovanetto evangelico il suo mantello agli sgherri (pag. 131)”. E, nella pagina finale del libro, Bufalino descrive l’uomo nuovo, non più il cinico com’era all’inizio del romanzo, ma ci fa vedere l’uomo maturo che si conosce dentro e conosce anche gli altri, che ha esperienza della vita e della morte. E si è procurato e conquistato, con il sacrificio, l’obolo con cui pagare il passaggio dalla vita al nuovo regno dei morti. Ecco la pagina finale del libro. “Io ne ero evaso, per chissà quale disguido o colpo felice dei dati, ma, anche se salvo, più derelitto e più triste (pag. 133)”. Il protagonista, inoltre, matura sé stesso e comprende che si è salvato solo per dare testimonianza che qualche volta si può sconfiggere anche la morte. Ecco il brano conclusivo del romanzo. “Per questo forse mi era stato concesso l’esonero; per questo io solo mi ero salvato, e nessun altro, dalla falcidia: per rendere testimonianza, se non delazione, di una retorica e di una pietà. Benché sapessi già allora che avrei preferito starmene zitto e portarmi lungo gli anni la mia diceria al sicuro sotto la lingua, come un obolo di riserva, con cui pagare il barcaiolo il giorno in cui mi fossi sentito, in seguito ad altra e meno remissibile scelta o chiamata, sulle soglie della notte (pag. 133)”.

11) L’undicesimo motivo di bellezza di Diceria dell’untore è dato dalla sapiente descrizione della trasformazione e della maturazione del protagonista: da giovane cinico a uomo maturo. Bufalino descrive molto bene il passaggio del protagonista “da quel po’ di volpino e cialtrone ch’è in me (pag. 36)”, e “da ciarlatano eloquente e magnanimo (pag. 76)” a uomo maturo e consapevole di sé stesso. Da questo carattere intriso di edonismo immediato, alla fine, il protagonista passa alla considerazione della vita come un viaggio difficile da superare e percorrere con coraggio, con forza e senza viltà, non conoscendo cosa ci aspetta dopo la morte. Ecco il lacerto definitivo su queste considerazioni. “Io avevo compiuto un viaggio importante, ma ora era difficile capire se fra gli angeli o sottoterra; e se ne riportavo un bottino di fuoco o solo un poco di cenere sotto grigi bendaggi di mummia (pag. 132)”. Il protagonista, infatti, comprende e apprezza il passaggio dalla vita alla morte: mentre era in ospedale cercava di educarsi alla morte, invece, quando fu dimesso dal sanatorio capì tutta l’importanza della vita, anche se aveva il rimorso di essere stato l’unico a salvarsi fra tutti i suoi amici malati, come afferma alla fine del terzo capitolo. “Ma se di tanti io solo, premio o pena che sia, sono scampato e respiro ancora, è maggiore il rimorso che non il sollievo, d’aver tradito a loro insaputa il silenzioso patto di non sopravviverci. (pag. 22)”. Il protagonista, insomma, ha maturato una esperienza indelebile che ha il poco valore di un obolo di riserva con il quale può pagare il barcaiolo che lo porterà nell’altro mondo, “In seguito ad altra e meno remissibile scelta o chiamata, sulle soglie della notte (pag. 133)”.

Finale.

La formazione del protagonista attraverso la sua esperienza di malato, la maturazione morale e sentimentale del protagonista, alla Rocca, e la sua conquista intellettuale, conoscendo e vivendo a contatto, sia con la ballerina Marta e sia con il Gran Magro, fanno diventare Diceria dell’untore di Bufalino un romanzo di formazione autobiografica. Questo tipo di romanzo, con termine tecnico, si definisce romanzo bildungsroman che indica un genere di romanzo imperniato sulla storia della formazione morale, intellettuale e sentimentale del protagonista. Infatti il protagonista, a poco a poco, subito dopo l’ingresso al sanatorio, matura l’idea che ci si può rassegnare alla morte; quindi accetta l’esperienza della morte degli altri e di sé stesso e conclude dicendosi. “Perfino il ricordo (della malattia) si sarebbe consumato, una vacanza era stata, una debolezza del cuore che voleva educarsi a morire (pag. 125)”. Poi, quando viene a sapere dal Gran Magro che lui è il solo a salvarsi dalla malattia e a guarire allora acquista tutta la consapevolezza dei sani pur dispiacendosi dei suoi amici morti. “Pensando ai compagni, ai quali un’identica immunità, non sarebbe stata irrogata; e a me stesso, al compito che m’incombeva, sancito dalle parole del Magro, di rifare da cima a fondo i miei conti e di riinnamorarmi di me (pag. 102)”. Questa tesi è suffragata, spiegata e giustificata dallo stesso Bufalino, che, riferendosi alla salvezza del protagonista, ha scritto così: “Egli (il protagonista) guarisce, invece, inaspettatamente, e rientrando nella vita di tutti i giorni vi porta un’educazione alla catastrofe di cui probabilmente non saprà servirsi, ma anche la ricchezza di un noviziato indimenticabile nel reame delle ombre (pag. 179)”. Il protagonista diventa, dunque, conscio di passare da malato a sano e accetta fino in fondo il passaggio dalla malattia alla sanità e di entrare nel mondo civile dei sani. E giunse così alla decisione finale di uscire, di gran fretta, dal sanatorio, riflettendo con sé stesso. “Bisogna che io parta, mi disse, troppo tempo ho perduto fra i morti, simulandomi morto, scordandomi dell’ironia (pag. 124). Il protagonista, insomma, matura una esperienza indelebile che gli servirà per entrare nel modo della vita sociale di ogni giorno. Questa esperienza indelebile, compiuta all’interno della Rocca, ha il poco valore di un obolo di riserva, ma con il quale può pagare il barcaiolo che un giorno, nell’ultima chiamata “meno remissibile” lo porterà nell’altro mondo. Dunque il protagonista accetta il compito di ritrovare sé stesso dopo la lunga malattia. “Dove ritrovare il me stesso ragazzo, come sanarlo di quella infezione; l’ingresso dell’idea di morte nella intimità di un cuore innocente? Un peculio incalcolabile d’anni, se il medico non mentiva, si sarebbe aggiunto ai magri centesimi che finora stringevo nel pugno. Ma non sapevo come spenderlo, ai nuovi ricchi succede (pag. 103)”.

Modica 31/ 10/ 2018                                                 Prof. Biagio Carrubba

Modica, 27/01/2024

Prof. Biagio Carrubba

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