LA BELLEZZA DELLA POESIA LATINA.

Foto 2 Apuleio
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La mia esposizione della bellezza della poesia latina comincia con il celebre epigramma dell’Imperatore romano Adriano che imperò dal 117 al 138 d.C.. La sua biografia racconta che egli, pochi giorni prima di morire, abbia dettato la seguente poesiola, molto bella e lodevole di stima e di simpatia. La mia parafrasi è molto libera, rispetto alle varie traduzioni che ho letto.

Piccola anima, vagabonda e blanda,
compagna e ospite del corpo,
pallida, rigida, nuda,
ora dove te ne andrai?
In qualche luogo,
dove non potrai più scherzare?
Foto_Apuleio
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L’esposizione della bellezza della poesia latina continua con due poesie di Apuleio.

APULEIO, poeta, mago, filosofo e scrittore latino, nacque a Madaura, (attuale Algeria), intorno al 125 d.C. e morì intorno al 180 d.C.. Studiò a Cartagine dove apprese la retorica latina, poi si trasferì ad Atene, dove approfondì la filosofia greca e fu iniziato al platonismo misterico e alla magia. Ritornò a Cartagine, passò da Tripoli dove si sposò con una matura signora ereditiera, di nome Pudentilla. I parenti di lei intentarono una causa contro Apuleio, che si difese brillantemente dall’accusa. Alla fine del processo scrisse la sua autodifesa che è giunta fino a noi con il titolo “Apologia o De magia”. Scrisse altre opere di filosofia, ma è famoso soprattutto per il celeberrimo romanzo “Le metamorfosi o L’asino d’oro”. Morì a Cartagine onorato da tutta la società che gli appose una lapide marmorea che è stata trovata dagli archeologi con la scritta “Ad Apuleio filosofo platonico i concittadini di Madaura posero a propria gloria“.
Riporto due poesie di Apuleio.

Testo della prima poesia.
Questa poesia è tratta dall’opera “Apologia”, ed è dedicata a Crizia, figlio del suo amico Scribonio Leto, in occasione del suo quattordicesimo compleanno.

Ti invio fiori in ghirlanda e versi, oh mio miele;
i versi sono per te, i fiori sono per la tua testa.
Oh Crizia, canterai questo giorno luminoso con i versi
in cui ritorna la primavera per due volte sette.
Adornerai con le ghirlande le tue tempie
splendide di primavera e adornerai
la tua giovane età con i fiori.
Dammi di questa primavera in cambio la tua,
vincendo i miei doni con i tuoi;
dammi per questa corona di fiori
l’abbraccio del tuo corpo e dammi
per queste rose il bacio della tua bocca purpurea.
Se darai voce alle canne col tuo soffio,
i miei versi cederanno al dolce suono del tuo flauto.

La seconda poesia è attribuita ad Apuleio dagli studiosi più recenti con il titolo “Ex Menandro”; propabilmente Apuleio prese lo spunto da un testo di Menandro e ne ha intessuto una nuova variazione. La poesia, di argomento erotico, è molto interessante e bella. Essa si rifà, senza dubbio, al poeta greco Archiloco che descrive, per primo, lo stesso argomento. A me piace sia questa che quella. Inoltre mi fa piacere che un poeta latino abbia ripreso il grande poeta greco arcaico e si sia cimentato con la tradizione poetica greca raggiungendo eccellenti risultati anche nella lingua latina.
Io Biagio Carrubba, aggiungo soltanto il mio titolo personale.

L’amore vissuto e l’amore negato.

Anche se ci è negato il possesso, almeno ci è lecito AMARE.
Se la godano gli altri, non mi importa, non li invidio:
ci si tormenta a invidiare chi è felice.
Se Venere vuole bene a qualcuno lo rende padrone del suo amore:
a noi Cupido concede solamente di volere, non di potere.
(Gli amanti) colgano pure baci vermigli, afferrando
le labbra con morsi delicati; mentre baciano
sfiorino solo i denti splendidi e assaporino
l’odore delle guance e delle gote tenere,
le due fiamme delle pupille, come piccole gemme.
E poi, quando i corpi morbidi si stringono
sul letto soffice, con i petti serrati nella malta di Venere,
e il piacere con uno sprone irresistibile li aizza
a preparare l’arco delle gambe della donna per la corsa di Venere
fra i mugolii e i sussurri del desiderio,
(gli amanti) afferrino i seni e, affondando di più l’abbraccio,
incidano solchi molli nei campi di Venere,
piantino il tirso nel giardinetto di Cupido,
imprimano colpi frequenti ad occhi stretti
nella corsa palpitante di Venere;
col respiro affannato emettano il getto caldo
del liquido dal colore di neve.
Questo faccia chi ha il favore di Venere.
A noi, invece, anche se ci è negato l’amore,
ci sia concesso almeno di AMARE.

Modica 07/ 03/ 2016 Prof. Biagio Carrubba

Modica 07/ 03/ 2016                                                                                                           Prof. Biagio Carrubba

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