LA BELLEZZA DELLA POESIA LATINA (7). PRUDENZIO. POETA LATINO CRISTIANO DEL IV – V SECOLO d.C..

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Biografia di Aurelio Prudenzio Clemente.

Aurelio Prudenzio nacque nel 348 d.C. a Calahaorra, nella Spagna Tarragonese. Studiò retorica e diritto e poi professò la carriera di avvocato. Fece carriera nell’amministrazione dell’Imperatore Teodosio I e fu governatore di due province.
Intorno al 400 d.C. ebbe una crisi spirituale che lo portò alla conversione al cristianesimo. Durante un viaggio a Roma nel 401-402 d.C., visitò le basiliche cristiano-romane. In questa occasione scrisse una prefazione alle sue opere composta tra il 404-405 d.C., dove, per l’appunto, spiega i motivi della sua conversione e così la descrive:
Ebbene, nell’imminenza della fine, l’anima peccatrice si spogli della stoltezza, almeno con la voce lodi Dio, se non può con i meriti“. (Praef., vv. 34-36).
Non si conosce la data della sua morte, ma probabilmente è avvenuta tra il 405-410 d.C.. Le opere di Prudenzio sono parecchie:
Il Cathemerinon (Inni per i diversi momenti del giorno);
Il Peristephanon (Inni delle corone);
L’Apotheosis (La divinizzazione) ed altre.
In definitiva, il merito della poesia di Prudenzio consiste nel tentativo di conciliare la tradizione pagana con quella cristiana e nel desiderio di esprimere il messaggio nuovo del cristianesimo sostenuto dalla grande potenza dei classici latini (Virgilio, Orazio, Seneca ed altri). L’opera più importante e bella di Prudenzio risulta il Peristephanon (Inni delle corone). In questa opera, Prudenzio celebra e descrive le vittorie dei martiri per la conquista della fede. Gli inni sono 14, composti in vari metri e di varia lunghezza. Il più noto e bello, fra questi, è sicuramente il terzo inno, quello dedicato alla descrizione della morte della giovane vergine martire Eulalia di Merida, avvenuta il 10 dicembre del 303 (o 304) d.C..

Io, Biagio Carrubba, lo riporto quasi interamente dai versi 126 a 215.

L’inno si apre con l’elogio della santa e con l’elogio della sua patria Emerita (oggi Merida). Eulalia è una giovane fanciulla di appena 12 anni che, fin dalla sua tenera infanzia si era votata a Dio. Durante una persecuzione contro i cristiani, fugge di notte e, accompagnata da un coro angelico, si dirige direttamente al tribunale romano per testimoniare la sua fede. Il giudice la condanna, ma Eulalia è contenta di morire per Dio.
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Ecco il testo originale dell’inno che prosegue descrivendo il martirio di Eulalia.

La martire nulla replica a queste parole,
ma freme e sputa negli occhi del tiranno,
poi abbatte le statue
e calpesta la farina mista a sale
sparsa sugli incensieri.

Senza indugio due carnefici
dilaniano l’esile petto,
un uncino di ferro percuote i fianchi
virginei e li squarcia sin alle ossa,
mentre Eulalia conta le sue piaghe:

“Ecco, su me tu sei scritto, Signore.
Che gioia per me leggere questi segni
che attestano, o Cristo, il tuo trionfo!
La porpora stessa del sangue fatto spicciare
dal mio corpo proclama il santo nome”.

Poi, l’ultima tortura:
non una lacerazione che affondi le ferite
fino alle articolazioni, né straziata la pelle;
ma da ogni parte la fiamma delle fiaccole
infuria contro i fianchi e il petto.

Come la chioma odorosa s’era sparsa
sul collo ondeggiando sulle spalle,
perché restasse velata la casta
pudicizia e la bellezza della vergine
al riparo dell’ornamento del capo,

la fiamma crepitante vola nel suo viso
e, divampando per le chiome, investe
il capo e ne sorpassa il culmine;
la fanciulla, desiderosa di una pronta morte,
cerca e aspira con la bocca il fuoco.

Balza di lì improvvisa una colomba,
più candida della neve si vede levarsi
dalle labbra della martire e ascendere alle stelle;
era l’anima di Eulalia,
bianca come latte, alata, innocente.

Il collo si piega al dipartirsi dell’anima,
e il rogo ardente si spegne;
pace è data alle membra esanimi;
lo spirito in cielo leva un grido esultante di vittoria
e a volo si slancia verso le eccelse dimore.

Anche il giudice vide l’uccello
uscire chiaramente dalla bocca della fanciulla;
stupefatto e attonito
balza su e fugge il suo delitto,
il littore anch’egli fugge spaventato.

Ecco, l’inverno glaciale versa
la neve e copre tutta la piazza,
copre a un tempo le membra di Eulalia
giacenti sotto il gelido cielo,
come un mantelluccio di lino.

Si ritragga l’affetto degli uomini in lacrime,
che celebrano le estreme onoranze d’uso,
s’allontani anche il mesto ufficio:
gli stessi elementi per volere di Dio
ti rendono, o vergine, i funebri onori.

Ora sede della tua tomba è Merida,
illustre colonia della Vettonia,
bagnata dall’Ana, fiume famoso,
che con i verdi gorghi lambisce
impetuoso le belle mura.

Qui, dove lo splendore di lucidi
marmi stranieri e indigeni
rischiara l’augusto santuario,
la terra veneranda conserva nel suo seno
le reliquie e le sacre ceneri.

Sopra, una fulgida volta risplende
con i suoi palchi dorati,
e mosaici screziano il suolo,
così che diresti che prati colmi di rose
rosseggiano di fiori d’ogni genere.

Spiccate purpuree viole
e cogliete crochi color del sangue;
non ne è privo il mite inverno,
il ghiaccio intiepidito non serra più i campi,
per colmare di fiori i cestelli.

Codesti doni, raccolti tra le folte foglie,
offrite, fanciulli e giovinette!
Ma io in mezzo alla folla porterò
ghirlande intrecciate di versi dattilici,
di poco valore, appassite, ma pure festive.

Così vogliamo venerare le reliquie
e l’altare che le ricopre;
ella, che siede ai piedi di Dio,
vede tutto questo e, resa propizia
dall’inno, protegge il suo popolo.

Bella, non c’è che dire. Mi viene in mente la famosa canzone “Eulalia Torricelli” scritta da Nicola Salerno, in arte Nisa ( Napoli 1910 – 1969 ) e cantata dalla bravissima e indimenticabile Gabriella Ferri. Il nome Eulalia è preso, per l’appunto, dal nome della giovane martire vergine spagnola del IV secolo d.C..

Modica 07/ 04/ 2016 Prof. Biagio Carrubba

Modica 07/ 04/ 2016                                                                                                       Prof. Biagio Carrubba

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