LA BELLEZZA DELLA POESIA LATINA (15). DAGLI “AMORES” DI OVIDIO ( 43 a.C. – 17 d.C. ), LE PIU’ BELLE ELEGIE, DEDICATE, ISPIRATE E CENTRATE SU CORINNA

Publio_Ovidio_Nasone
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Elegie per Corinna

Amores

Biografia di Publio Ovidio Nasone (Publius Ovidi Nasonis).

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona nel 43 a.C. nel territorio dei Peligni, (Abruzzo) da una agiata e antica famiglia equestre. Da fanciullo studiò retorica a Roma insieme al fratello maggiore di un anno, che morì prematuramente. Ovidio, invece, si dedicò quasi subito alla poesia perché, come scrisse, gli veniva facile scrivere in versi. Intorno al 20 a. C. pubblicò la sua prima opera poetica con il titolo Amores che gli diede molta notorietà e ricchezza. Subito dopo frequentò il circolo poetico di Messalla Corvino, dove conobbe Tibullo e altri poeti del circolo. Poi entrò a far parte del circolo poetico di Mecenate e quindi frequentò anche la corte di Cesare Ottaviano Augusto. Ovidio visse una vita spensierata, gaia, disinibita e mondana; si mostrava, insomma, un gran viveur, come (ci) informa e (ci) descrive la prima elegia del terzo libro degli Amores, nei versi 17 – 30. Questi anni furono, per Ovidio, i suoi migliori anni, sia per la fama poetica conquistata, sia perché frequentava le più belle case della Roma patrizia. Ovidio, in questi anni di matura giovinezza e di vita galante, ebbe anche modo di conoscere e frequentare la gioventù raffinata e licenziosa della Roma-bene di allora. Subito dopo scrisse altre opere poetiche che ingrandirono la sua ricchezza ed ampliarono la sua indipendenza poetica, politica e sociale. All’apice di questa vita libertina, elegante e raffinata, Ovidio fu colpito da un editto punitivo di Cesare Ottaviano Augusto che lo relegava nella città di Tomi, nella Tracia, alla foce del fiume Danubio. Il motivo di questa relegazione era dovuto al fatto che Ovidio era stato coinvolto in uno scandalo di corte che aveva come protagonista la nipote stessa di Ottaviano, Giulia Minore che aveva commesso adulterio con il giovane Decimo Silano. Anch’essa nello stesso anno fu mandata in esilio a morire nelle isole Tremiti, nell’Adriatico.
Ovidio partì da Roma l’8 a.C. e arrivò a Tomi nel marzo del 9 a.C.. Ovidio rimase in questa città fino alla sua morte scrivendo altri libri che inviava a Roma a sua moglie ed altri amici affinché intervenissero a chiedere la grazia a Cesare Ottaviano Augusto. Ma l’Imperatore fu irremovibile fino all’ultimo e anche il suo successore Tiberio non rimosse la punizione, così che Ovidio, solo, amareggiato, avvilito e prostrato, morì a Tomi nel 17 o 18 d.C..

II

Nella terza elegia del terzo libro dell’opera Tristia, Ovidio ha scritto i seguente epitaffio, destinato ai posteri:
IO CHE QUI GIACCIO, CANTORE DI TENERI AMORI,
IL POETA NASONE, PERII A CAUSA DEL MIO INGEGNO.
A TE CHE PASSI, SE MAI SEI STATO INNAMORATO,
NON TI SIA GRAVE DIRE:
LE OSSA DI NASONE RIPOSINO IN PACE.
Questa epigrafe è stata scolpita sul suo monumento funebre che oggi si trova nella città di Costanza (la Tomi di allora), sul Mar Nero, a rendere immortale la gloria di Ovidio.
Io, Biagio Carrubba, credo che questo epitaffio sia il miglior modo per rendere testimonianza alla gloria di Ovidio. Infatti credo che esso esprima l’indipendenza personale e l’autonomia del pensiero poetico e politico di Ovidio nei confronti della politica e della ideologia dell’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto.
Ovidio stesso aveva profetato questa sventura nei versi 12 – 13 della dodicesima elegia del terzo libro degli Amores, dove così aveva scritto:
“E’ DUBBIO SE I CARMI GIOVINO: A ME NOCQUERO SEMPRE;
ESSI HANNO SUSCITATO L’INVIDIA PER LA MIA FORTUNA”.

III

Opere poetiche di Ovidio:

1. Amores (Amori). Prima edizione in 5 libri, scritta tra il 20 e il 19 a.C..
2. Heroides (Eroine). Lettere d’amore, opera scritta tra il 15 e 10 a.C..
3. Amores (Amori). Seconda edizione in 3 libri scritta tra il 10 e l’8 a.C..
4. Ars amatoria (L’arte di amare). Scritta tra il 1 a.C. e il 2 d.C..
5. Remedia amoris e Medicamina faciei feminae scritte negli stessi anni.
6. Metamorphoseon (Le metamorfosi). Scritta tra il 3 e l’8 d.C..
7. Fasti ( I fasti). Scritta tra il 3 e l’8 d.C..
8. Epistulae ex Ponto (Lettere dal Mar Morto). Scritta tra il 9 e il 14 d.C..
9. Tristia (Tristezze). Scritta tra il 9 e il 12 d. C..
10. Ibis (Ibis). Scritta tra il 12 e 15 d.C.

IV
Amores.

L’opera poetica “Amores” è la composizione elegiaca composta da elegie, scritte in distici elegiaci, raccolte in tre libri. Il primo libro contiene 15 elegie; il secondo libro contiene 19 elegie; il terzo libro contiene 15 elegie. Ovidio, in questa opera poetica, riprende, sviluppa e rinnova i temi e gli argomenti della tradizione elegiaca romana: da Gallo a Catullo e da Tibullo a Properzio. Il filo conduttore dell’opera elegiaca è Corinna, che viene però descritta e presentata più in forma stilizzata che in carne e ossa. Ovidio parte dal servitium amoris e si avvicina al milites amoris. Ovidio, infatti, inizia il suo percorso d’amore dichiarandosi uno schiavo d’amore (servitium amoris); accetta i tradimenti di Corinna, anche perché lei ha già un marito legittimo; accetta anche i rifiuti e gli spergiuri di lei; ma a poco a poco si allontana da lei. Alla fine, anche Ovidio, come Properzio, abbandona Corinna e si congeda anche dalla poesia elegiaca. Questo percorso è, tuttavia, tortuoso e i collegamenti tra le varie elegie non sono sempre lineari e coerenti. Oltre alle elegie dedicate a Corinna vi sono anche altre elegie di argomento vario tra le quali la più famosa elegia è quella dedicata alla morte di Tibullo (elegia n. 9 del terzo libro). La novità di Ovidio, rispetto ai poeti elegiaci, consiste nell’innovare e nell’introdurre nuovi contenuti nell’elegia latina e nel dare un nuovo tono emotivo più leggero e più ironico all’intera opera. Ovidio introduce, anche, un nuovo stile rispetto alla serietà e alla passionalità dei poeti elegiaci. Il nuovo stile di Ovidio consiste nel dare una forma espressiva più fluida e più morbida ai versi, che così risultano più vivaci e più scorrevoli, ricchi di mitologia e di figure retoriche ed agili nel ritmo e nella forma.
Quindi Ovidio esprime e aggiunge, nelle sue elegie, un tono sorridente e uno stile giocoso ed ironico. Egli non vuol fare impietosire e appassionare i lettori, ma soltanto vuole dilettare e divertire i lettori. In questo cambiamento di schieramento sta tutta la novità di Ovidio elegiaco. Ovidio quindi non è più lo schiavo d’amore ma diventa il soldato d’amore che con la sua iniziativa riesce a conquistare e sedurre molte donne di Roma. In questo modo Ovidio diventa un seduttore capace di sfruttare a suo vantaggio il sex appeal delle belle donne romane; ma la novità più importante di quest’opera è il fatto che Ovidio tratta l’amore come un gioco, uno scherzo o un puro divertimento che ha il fine di fare divertire e appassionare i lettori romani di allora. Ovidio scrive molte elegie proprio sul gioco amoroso e sulla sua fantasia erotica come nell’elegia numero 15 del secondo libro dedicata al suo anello. In questa elegia Ovidio si identifica con il suo anello e immagina di diventare il membro con cui fare l’amore con Corinna. Questo è uno dei tanti esempi con il quale Ovidio esercita la sua fantasia amorosa; poi c’è l’esempio di Cipassi che prima viene prima sedotta e ricattata da Ovidio e poi invitata ad un nuovo amplesso (elegia n. 8 del secondo libro). Un’altra bella e divertente elegia è quella dedicata e incentrata alla seduzione di Corinna; in questa elegia Ovidio esulta perché ha saputo portare Corinna nel suo letto, benché fosse sorvegliata sia dal marito, sia dal custode e sia dalla porta chiusa, (elegia n. 12 del secondo libro). Insomma gli Amores presentano una varia casistica d’amore piacevole per tutti i gusti.
Io, Biagio Carrubba, credo che la bellezza e il fascino di questa opera poetica siano dovute al fatto che Ovidio scherzi e giochi con l’amore presentandoci diversi casi d’amore. La variazione di queste elegie rappresenta, quindi, la novità delle elegie ovidiane e produce nel lettore un forte sentimento estetico e genera un vivo e vibrante piacere dell’anima.

V

Epigramma dell’autore

Ovidio, all’inizio dell’opera, premette una epigrafe con la quale chiarisce che Amores è la seconda edizione scritta sullo stesso argomento.

Eravamo poc’anzi cinque libri di Nasone, ora
siamo tre; l’autore preferì questa forma a quella;
se non proverai alcun piacere a leggerci, almeno,
toltine due, la fatica ti sarà più leggera.

Libro I

Elegia n. 5

Si ardeva, il giorno aveva superato l’ora di mezzo:
mi distesi per alleviare le membra al centro del letto.
Uno sportello della finestra restava aperto, l’altro chiuso,
la luce quale suole essere nelle foreste,
quali rilucono i crepuscoli al fuggire di Febo,
o quando la notte svanisce ma ancora il giorno
non sorge. Quella è la luce da offrire alle fanciulle vereconde:
in essa il timido pudore spera di celarsi.
Ecco giunge Corinna, avvolta in una tunica vealta,
una chioma bipartita che copre il candido collo:
così si dice che la bella Semiramide andasse nel talamo,
e ugualmente Laide amata da molti uomini.
Le strappai la tunica; trasparente non era di grande impaccio,
ella tuttavia lottava per restarne coperta;
ma poiché lottava come una che non vuole vincere,
rimase vinta facilmente con la sua stessa complicità.
Come, caduto il velo, stette davanti ai mie occhi,
nell’intero corpo non appave alcun difetto.
Quali spalle, quali braccia vidi e toccai!
La forma dei seni come fatta per le carezze!
Come liscio il ventre sotto il petto sodo!
Come lungo e perfetto il fianco, e giovanile
la coscia. A che i dettagli? Non vidi nulla di non degno
di lode. E nuda la strinsi, aderente al mio corpo.
Chi non conosce il resto? Stanchi ci acquietammo entrambi,
possano giungermi spesso pomeriggi come questo!

Elegia n. 9

E’ un soldato ognuno che ama, e ha un campo suo Cupido;
Attico, credimi, è un soldato chiunque ama.
L’età adatta alla guerra, anche per Venere è quella giusta:
brutta cosa un vecchio soldato, brutta un amore senile.
Gli anni che i capi richiedono in un soldato coraggioso
son quelli che vuole una bella ragazza nel suo compagno.
Vegliano entrambi tutta la notte; tutt’e due dormono per terra:
uno alla porta della signora, l’altro a quella del duce fa guardia.
Dovere del soldato è la lunga marcia; fai partire una ragazza:
strenuamente l’innamorato la seguirà senza mai una sosta;
andrà contro le montagne e i fiumi gonfiati dalla tempesta,
passerà a piedi lui sopra cumuli di neve ammassata,
e se dovrà affrontare i flutti non chiamerà in causa Euri furiosi,
né cercherà quali siano le stelle adatte a solcar le acque.
Chi, se non solo un soldato o un innamorato, il gelo della notte
e la neve sopporterà mista alla pioggia fitta?
Uno è mandato a spiare le mosse dei nemici in armi,
l’altro è sul rivale che, come sul nemico, tiene gli occhi.
Quello a città fortificate, questo alla soglia di un’amata insensibile
dà l’assedio; lui tra i portali, l’altro in una porticina fa breccia.
Spesso è servito cogliere i nemici addormentati,
e far strage di una folla inerme con mani armate;
così caddero le schiere feroci di Reso re di Tracia,
e voi, suoi cavalli, lasciate il vostro padrone con la cattura.
Ebbene, gli innamorati sfruttano il sonno dei mariti,
e le loro armi, mentre i mariti dormono, mettono in moto.
Superare drappelli di sentinelle e corpi di guardia
è compito del soldato e del sempre infelice innamorato.
Marte è incerto, ma neppure Venere è sicura: i vinti si risollevano
e quelli che mai diresti potrebbero soccombere, ecco che cadono.
Dunque chiunque chiamava l’amore una forma di pigrizia
la finisca: l’amore di un carattere intraprendente è la caratteristica.
Brucia per Briseide che gli han portato via, triste, Achille;
spezzate le forze degli Argivi, Troiani, finché è possibile;
Ettore dalle braccia di Andromaca andava in battaglia,
e l’elmo in testa chi glielo metteva era la moglie;
il più grande dei signori, l’Atride, vista la figlia di Priamo,
si dice che davanti alle chiome sparse di Menade restò incantato.
Anche Marte fu catturato e sentì le catene del fabbro divino;
nessun racconto fu sulla bocca di tutti più di questo in cielo.
Anch’io ero pigro e sembravo nato per l’ozio più rilassato;
il letto e il buio ogni mio slancio avevano indebolito;
il pensiero di una ragazza bellissima ha scacciato il torpore,
e mi ha ordinato di fare nel suo esercito il servizio militare.
Perciò mi vedi attivo e impegnato nelle guerre notturne:
chiunque non voglia diventare pigro, deve amare!

Elegia n. 10

Come colei che venendo su navi Frigie dell’Europa
era motivo arrivare alla guerra per due mariti,
com’era Leda, che l’adultero, coperto di bianche piume,
astuto sotto false sembianze di un cigno sedusse,
come Amimone che vagava nei campi dell’Argolide inariditi,
portando in testa un secchio che le schiacciava i capelli,
così eri e l’aquila temevo in te e il toro
e tutto ciò cui ridusse il sommo Giove l’amore.
Ora è svanita ogni paura, e guarito l’errore del cuore,
e il tuo bel volto gli occhi miei non riesce più a rapire.
Perché son cambiato mi domandi? Perché chiedi dei doni.
Questa è la causa che non permette più che di te m’innamori.
Finché eri semplice, insieme al tuo corpo ho amato il tuo cuore;
ora da un vizio della mente è lesa ai miei occhi la tua figura.
È un bambino Amore, ed è nudo; ha gli anni dell’innocenza,
e neanche un vestito, per esser tutto in evidenza.
Perché volete che il figlio di Venere abbia un prezzo?
Non ha nemmeno una tasca per nascondere il denaro.
Venere non è fatta per le armi feroci, né il figlio di Venere:
non è giusto che sian dèi pacifici a guadagnare il soldo militare.
La prostituta è li che si offre a chiunque a prezzo fisso
e cerca un’infelice ricchezza a comando del suo corpo;
maledice però il volere di un avido protettore
e, quello che voi fate volentieri, lo fa per costrizione.
Prendete a esempio le bestie, che non hanno la ragione;
sarà vergognoso che gli animali abbiano indole più mite.
La cavalla non chiede doni al cavallo, né la vacca al toro,
l’ariete non conquista la pecore preferita con un regalo.
È solo la donna che trionfa con le spoglie prese all’uomo,
lei sola mette all’asta le notti, commercia il suo corpo,
vende ciò che piace a entrambi, che entrambi cercavano,
decide lei stessa qual è il prezzo del suo piacere.
Venere che verrà gradita a tutt’e due in egual misura,
perché una la dovrebbe vendere e l’altro comprare?
Perché dev’essere a me una spesa, e a te un guadagno il piacere
che maschio e femmina ricavano dal muoversi insieme?
Non è bene che testi corrotti vendano i loro spergiuri,
non è bene che si apra la cassa di chi è scelto a giudicare,
brutta cosa difendere con lingua venduta infelici accusati
e che faccia gran conto dei guadagni un tribunale.
Brutto aumentare i beni paterni coi guadagni del letto
ed il proprio bel viso prostituirlo per lucro.
È giusta la gratitudine per cose che non si è comprate;
non ce ne sarà mai per un letto che hai pagato caro.
Il compratore ha dato tutto, quando il prezzo è pagato;
non ti resta debitore per il favore che hai concesso.
Evitate di pattuire un prezzo per la notte, belle mie:
un bottino guadagnato ignobilmente non porta mai bene.
Non valeva la pena di patteggiare bracciali sabini,
perché le armi schiacciassero la testa alla sacra vestale.
Il figlio trafisse con il ferro il ventre da cui era nato
e un monile fu la causa di questa pena scellerata.
Non che sia sbagliato chieder regali ad un ricco:
ha di che accontentare chi gli chiede dei regali.
L’uva coglietela solo quando pende da viti piene,
i frutti li offra il campo di Alcinoo che è generoso.
Il povero mette a suo conto devota e appassionata fedeltà;
ciascuno ponga nelle mani della sua signora quello che ha.
È poi mio dono celebrare le donne meritevoli la poesia:
diventa famosa grazie alla mia arte quella che voglio io.
Le vesti si strappano, si rompono gli ori e le gemme,
la fama che daranno i miei versi durerà in eterno.
Non dare, ma sentirmi chiedere un prezzo mi disgusta;
quel che ti nego se lo chiedi, non prenderlo: lo darò.
Ovidio_2

Libro II

Elegia n. 12

Venite a cingere le mie tempie, lauri trionfali!
Ho vinto: ecco Corinna è tra le mie braccia.
Su di lei vegliano l’amante, il custode, una salda porta,
tanti nemici, affinché non la si potesse conquistare
con nessuna astuzia. La vittoria degna di particolare gloria
è questa: la preda, qual sia, non è intrisa di sangue.
Non basse mura o fortezze cinte da piccoli fossati,
ma una fanciulla è stata presa con il mio piano.
Quando Pergamo cadde vinta in una guerra bilustre,
fra tanti qual era la parte di gloria degli Atridi?
La mia gloria invece particolare, da non dividersi con nessun soldato,
e nessun altro può rivendicare il vanto dell’impresa:
io condottiero, io soldato sono giunto alla meta
del mio desiderio: fante , cavaliere, alfiere.
Né la fortuna ha mischiato il caso alle mie imprese;
vieni a me, o trionfo creato dal mio travaglio!
La mia fanciulla non causò una nuova guerra. Se la Tindaride non fosse
Stata rapita, Asia e Europa sarebbero state in pace.
Una donna trasse vergognosamente a guerra
Tra le mense i silvestri Lapiti e il popolo biforme.
Una donna spinse i Troiani a cominciare nuove
guerre sul tuo regno, o giusto Latino.
Donne scagliarono i suoceri sui Romani, quando l’Urbe
era recente, e suscitarono una crudele lotta.
Vidi con i miei occhi tori combattere per una nivea sposa:
la giovenca stessa, spettatrice, ne istigava il furore.
Me pure, al pari di molti, Cupido spinse a sollevare
le insegne della sua milizia, ma senza strage.
Ovidio_3

Libro III

Elegia n.9

Se Memnone la madre, se la madre Achille pianse,
e tocca il cuore a grandi dee un destino di dolore,
sciogli, Elegia, nel pianto i capelli innocenti:
ah!, troppo veritiero sarà ora il nome che t’è dato!
Il vate famoso della tua opera, il tuo onore Tibullo,
brucia, un corpo inerte su di un rogo accatastato.
Ecco che il bimbo di Venere porta rovesciata la faretra,
e l’arco spezzato e la fiaccola spenta, senza luce;
guarda come avanza ad ali abbassate in segno di dolore
e si batte il petto a colpi violenti con la mano aperta.
Si intridono di lacrime i capelli, sparsi sopra il collo,
e il volto risuona dello scuotere dei singulti.
In questo stato, alla morte di suo fratello Enea
dicono sia venuto fuori, Iulo bello, da casa tua?
Alla morte di Tibullo non fu meno sconvolta Venere,
di quando al giovane un cinghiale feroce squarciò l’inguine.
Eppure siamo chiamati vati sacri e cura degli dèi;
c’è chi pensa che abbiamo un che di divino anche noi.
È chiaro che morte crudele ogni sacralità profana,
su ogni cosa lei pone le proprie oscure mani.
A cosa servì il padre a Ismario, a cosa la madre o Orfeo,
a cosa servì lasciare attonite le fiere, vinte dal canto?
Anche a Lino nei boschi “Ahi Lino!” lo stesso padre
Si racconta abbia cantato sulla lira riluttante.
Aggiungi il Meonide, da cui, come da fonte perenne,
le bocche dei poeti di acque delle Pieridi son bagnate:
anche lui l’ultimo giorno ha sommerso nel nero Averno;
solo la poesia sfugge ai roghi avidi della Morte.
Resta l’opera dei poeti, la fama delle pene di Troia
e la tela lenta, disfatta con l’inganno di notte:
così Nemesi a lungo, così a lungo Delia avranno nome,
una da poco nei suoi pensieri, l’altra primo amore.
A che giovano i riti sacri? Ed i sistri dell’Egitto?
A cosa serve dormire da soli in un vuoto letto?
Quando un destino malvagio (perdonatemi se lo dico)
rapisce i buoni, mi sento di credere che non ci sia un dio.
Vivi devoto, morirai; devoto onora i riti: mentre lo fai
morte crudele ti trarrà dal tempio a una fossa vuota.
Confida nella buona poesia: ecco qui steso Tibullo;
ciò che resta di uno così grande sta in una piccola urna.
Le fiamme di un rogo ti hanno portato via, sacro vate,
ma non hanno avuto riguardo di nutrirsi del tuo cuore?
Templi d’oro di sacri dèi avrebbero potuto bruciare,
fiamme che hanno sopportato un così grande orrore.
Distoglie il volto colei che possiede la rocca di Erice:
c’è anche chi dice che non riuscì a trattenere le lacrime.
Meglio però questo, che se una terra come quella dei Feaci
l’avesse sepolto senza riconoscerlo in un suolo vile.
Qui almeno ti ha chiuso gli occhi umidi mentre te n’andavi
tua madre, e ha portato sulle tue ceneri i doni estremi;
qui tua sorella, triste, unita alla madre nel dolore,
è arrivata, dopo aver strappato le chiome disadorne
e con i tuoi Nemesi e l’altra che venne prima di lei
unirono i loro baci, non hanno lasciato il rogo solo.
E Delia andandosene disse: “Sono stata con più fortuna
amata da te: finché ero la tua fiamma, tu eri in vita”.
E Nemesi a lei: “Perché ti addolori delle mie sventure?
Ha abbracciato me morendo, mentre la mano perdeva vigore”.
Ma se di noi qualcosa, che non sia un nome e l’ombra,
rimane, il posto di Tibullo sarà nella valle degli Elisi.
Incontro a lui verrai, con le giovani tempie cinte d’edera,
insieme al tuo amico calvo tu, Catullo, poeta di cultura;
anche tu, se è falsa l’accusa d’amicizia profanata,
Gallo, tu che il sangue e la tua vita hai sacrificato.
Con queste andrà la tua ombra, se c’è un’ombra del corpo;
hai mostrato, Tibullo, tanta bontà nei tuoi versi.
Ossa, vi prego, riposate sicure nella pace dell’urna,
e non faccia sentire il suo peso alle tue ceneri la terra!

Elegia n. 15

Cerca un nuovo poeta, madre dei teneri Amori:
qui per l’ultima volta sfiorano la meta le mie elegie,
composte da me, figlio della campagna peligna
(né mi fecero disonore i miei carmi voluttuosi),
e se ciò vale qualcosa, erede antico, fin dai proavi,
non fatto di recente cavaliere nel turbine
della guerre. Mantova è fiera di Virgilio, Verona di Catullo;
io sarò detto gloria della gente peligna,
che la propria libertà spinse a onorata guerra quando
Roma in ansia temette gli eserciti alleati.
E qualche straniero guardando le mura dell’umida Sulmona,
che occupano pochi iugeri di terra, dirà:
“Voi avete potuto generare un così grande poeta,
per quanto piccole siate, vi chiamo grandi”.
Elegante fanciullo, e tu, dea di Amatuente, madre
dell’elegante fanciullo, svellete le aure insegne
dal mio campo. Il cornigero Lieo mi ha punto con maggiore
tirso; devo battere con grandi cavalli
un’arena più grande. Addio, molli elegie, Musa
voluttuosa, opera che rimarrà dopo la mia morte.

Modica 14/ 07/2016 Prof. Biagio Carrubba

Modica 14/ 07/2016                                                                                           Prof. Biagio Carrubba

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