I più bei epigrammi sul tema de “L’Amore voluttuoso ed adulterino fra marito e moglie” di Marcus Valerius Martialis, poeta latino di origine spagnola, vissuto nel I secolo d.C. a Roma.

Marco Valerio Marziale
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La lettura degli epigrammi di Marcus Valerius Martialis continua a generarmi, ancora una volta, sentimenti di simpatia e di allegria che allietano il mio umore e il mio animo. E ciò è dovuto, sicuramente, all’estro e alla creatività del poeta spagnolo che, di volta in volta, riesce a creare nuove situazioni esistenziali e sceglie nuovi temi, nuovi argomenti e nuovi personaggi, descritti con precisione e con disinvoltura rapida e sapiente. Credo, perciò, che ciò sia dovuto all’empatia che Marziale mostra verso se stesso, verso gli altri, verso la vita e verso l’Impero romano del suo tempo. Marziale descrive, con animo fidente e confidente e senza mostrare né sdegno né indignazione verso gli altri, la vita trafficata e intrigante della Roma imperiale del I secolo d.C.. Marziale ci invita, in sostanza, a sederci in prima fila e a goderci lo spettacolo del teatro della Roma antica. Egli descrive tutti gli strati sociali: dal palazzo imperiale di Domiziano fino alla più squallida casa dei lupanari e dei luridi postriboli romani. Io, Biagio Carrubba, questa volta ho selezionato, tra i temi scelti da Marziale, il tema de “L’Amore voluttuoso ed adulterino fra marito e moglie”. Marziale mette in rilievo, in questo tema, l’amore adulterino tra marito e moglie che scompiglia e mette in subbuglio l’amore casto e fedele delle altre famiglie. Ne nasce un affresco consono alla sua epoca ed esprime tutta la poliedricità di Marziale, che vede nell’amore una forza liberante e devastante che distrugge una famiglia, ma ne crea altre. Questo amore adulterino supera e vince ogni legge e ogni vincolo sociale per soddisfare in pieno la voluttà, cercata e voluta dai singoli adulteri. Questo amore adulterino è visto da Marziale come la forza dirompente che crea le premesse della felicità. E’ la forza della libido che si impossessa di un membro famigliare che vuole realizzare la propria lussuria. Marziale usa molte figure retoriche come l’enallage, le iperboli e i motti popolari. La sua lexis è composta da un periodare a volte lungo e prolisso ma, il più delle volte, l’epigramma termina sempre con una battuta finale concisa ed efficace. Un critico tedesco Johanne G. Herder (1744 – 1803) non seguì la spiegazione di G.E. Lessing e propose la sua teoria sugli epigrammi di Marziale. Infatti secondo Herder l’epigramma è composto da una unità di ispirazione e di un sentimento essenzialmente lirico, nel quale il poeta esprime un suo particolare stato d’animo. Anch’io Biagio Carrubba ancora oggi, a distanza di molti secoli, mi sento onorato ed emozionato nel presentare e nell’offrire ai lettori la bellezza e il fascino degli epigrammi di Marziale. Consiglio, perciò, ancora una volta, la lettura di questi epigrammi perché li reputo simpatici, empatici, allegri e divertenti.

La casta Levina, che non la cedeva
alle antiche donne sabine,
ed era più rigida del rigidissimo marito,
mentre passava dal Lucrino all’Averno
e spesso si ristorava con le acque di Baia,
cadde nel fuoco dell’amore: abbandonò
il marito e seguì il suo ragazzo.
Così era venuta, da Penelope,
e ne ripartì da Elena.”
Epigrammi, Liber Primus, epigr. 62.

“Per Rufo, qualunque cosa faccia, non c’è che Nevia.
Se gode, se piange, se tace, non parla che di lei.
Se pranza, se beve alla salute di qualcuno,
se fa una domanda, se nega, se acconsente,
non c’è che Nevia; senza Nevia non apre bocca.
Ieri, scrivendo la formula di saluto
in una lettera al padre, scrisse:
<< Salute, oh Nevia, mia luce, mio splendore>>.
Nevia legge queste parole e ride,
abbassando il volto. Non c’è una sola Nevia:
perché, oh sciocco, fai il pazzo?”
Epigrammi, Liber Primus, epigr. 68.

“Non si trovava, oh Ceciliano, in tutta Roma
un uomo che volesse toccare senza compenso
tua moglie, finché ciò era permesso.
Ora che le hai messo intorno dei custodi,
ha un esercito di amanti, Sei proprio furbo!”
Epigrammi, Liber Primus, epigr. 73.

“Pur desiderando avere dei figli, Quirinale
pensa che non sia necessario prender moglie.
Ha trovato il modo con cui raggiungere lo scopo:
fotte le serve e così riempie la casa e i campi
di piccoli schiavi-cavalieri.
Quirinale è un vero padre di famiglia.”
Epigrammi, Liber Primus, epigr. 84.

“Non voglio sposare Telesina. Perché?
E’ un’adultera. Ma Telesina si concede ai fanciulli.
Allora la sposo.”
Epigrammi, Liber Secundus, epigr. 49.

“Quali sospetti, oh Lino, tua moglie abbia su di te,
e in quale parte ti voglia più pudico, l’ha dimostrato
con sicuri indizi, assegnandoti come guardiano
un eunuco. Non c’è persona più furba e maliziosa di lei.”
Epigrammi, Liber Secundus, epigr. 54.

“Oh Gallo, tra le genti di Libia corre
la brutta voce che tua moglie ha il ripugnante vizio
della insaziabile avidità di denaro.
Ma è una pura menzogna: la sua abitudine
non è affatto quella di ricevere.
E allora qual è la sua abitudine?
E’ quella di dare (se stessa).”
Epigrammi, Liber Secundus, epigr. 56.

“Oh marito, hai mutilato l’infelice adultero.
Il volto, privato del naso e delle orecchie,
ricerca il suo aspetto primitivo.
Credi di esserti vendicato abbastanza?
Ti sbagli costui può ancora metterlo in bocca.”
Epigrammi, Liber Secundus, epigr. 83.

O Candido, sono soltanto i tuoi poderi,
soltanto tuoi i denari, soltanto tuoi
il vasellame d’oro e il vasellame di Mirra,
soltanto tue le anfore di Massico e
di Cecubo del console, Opinio, soltanto tua l’intelligenza,
soltanto tuo l’ingegno. Tutte queste cose
sono soltanto tue: tu non pensare
che io voglia negare ciò: però la moglie
o Candido, l’hai comune con tutti.
Epigrammi, Liber Tertius, epigr. 26.

“Chi ti ha consigliato di tagliare il naso all’adultero?
Non è stato il naso ad offenderti, oh marito.
Che cosa hai fatto, oh stolto?
In questo modo tua moglie non ha perduto nulla,
dal momento che il pene del tuo Deifobo è salvo!”
Epigrammi, Liber Tertius, epigr. 85.

“Mia moglie, oh Gallo, mi prega di permetterle
un’amante, uno solo. Non strapperò io,
oh Gallo i due occhi a costui?”
Epigrammi, Liber Tertius, epigr. 92.

“Oh Labulla, figlia del clinico Sota,
hai abbandonato il marito e segui Clito,
a cui dài doni e amori.
Sei proprio una donna spudorata.”
Epigrammi, Liber Quartus, epigr. 9.

“Oh Mariano, chi è questo ricciutello,
che sta sempre ai fianchi di tua moglie?
Chi è questo ricciutello, che sussurra
non so che paroline nel delicato orecchio
della signora, e poggia il gomito destro
sulla sua sedia? Che porta un leggero anello
su ogni dito, e non ha neppure un pelo nelle gambe?
Non mi rispondi nulla? <<Costui>> dici
<<Fa gli interessi di mia moglie>>
Certamente è un uomo fidato e meticoloso, che
mostra sullo stesso volto il suo mestiere
di amministratore. Aufidio di Chio
non sarebbe più severo di lui.
Sei proprio degno, oh Mariano,
degli schiaffi di Latino; credo che
prenderai il posto di Pannicolo.
Fa gli interessi di tua moglie?
Questo ricciutello fa gli interessi
di qualcuno? Non fa gli interessi
di tua moglie. Costui fa i tuoi interessi.”
Epigrammi, Liber Quintus, epigr. 61.

“Tu sai bene, oh Caridemo, che tua moglie
è l’amante del tuo medico, e lo permetti.
Vuoi morire senza febbre.”
Epigrammi, Liber Sextus, epigr. 31.

“Teletusa, abilissima nel fare mosse lascive
al suono delle nacchere betiche e nel danzare
ai ritmi di Cadice, colei che sarebbe capace
di eccitare il tremante Pelia e di accendere
di desiderio il marito di Ecuba, presso
il rogo di Ettore, fa consumare d’amore
il precedente padrone che l’ha venduta
come schiava e ora la ricompra come amante.”
Epigrammi, Liber Sextus, epigr. 71.

“Mi chiedete perché io non voglio sposare
una donna ricca? Non voglio diventare
il servo di mia moglie. La donna, oh Prisco,
sia sottoposta al proprio marito.
Solo così la donna e l’uomo sono uguali.”
Epigrammi, Liber Octavus, epigr. 12.

“Oh Dentone, fai nascere su te dei sospetti
che non ti fanno onore, dal momento che,
contratto il matrimonio, chiedi il diritto paterno.
Cessa ormai di stancare il nostro Signore
con suppliche e tornatene, benché sia già tardi,
da Roma in patria. Infatti mentre tu,
lasciata la moglie, cerchi in terre lontane
e per lungo tempo i tre figli,
ne potrai trovare quattro.”
Epigrammi, Liber Octavus, epigr. 31.

“Siccome siete simili e uguali per condotta di vita,
una moglie pessima e un pessimo marito,
mi meraviglio come non possiate andare d’accordo.”
Epigrammi, Liber Octavus, epigr. 35.

“Oh Proculeia, nel nuovo mese di Giano
tu abbandoni il tuo vecchio marito e lo inviti
a riprendersi il suo patrimonio.
Che cosa mai è accaduto? Non mi rispondi?
Lo dirò io: egli era un pretore.
Il suo abito di porpora per i ludi megalensi,
ti sarebbe costato 100.000 sesterzi,
anche se avessi voluto darli
nella forma più modesta; altri 20.000
ne avresti spesi per i ludi plebei.
Non è un divorzio questo, oh Proculeia,
è un guadagno.”
Epigrammi, Liber Decimus, epigr. 41.

“Oh Lelia, tu non sei di Efeso, né di Rodi,
né di Mitilene, ma hai la casa nel quartiere patrizio.
Tua madre, che non ha mai usato il belletto, discende
dagli etruschi abbronzati dal sole e il tuo severo padre
proviene dalla regione di Ariccia, eppure mi dici:
<< O mio Signore, o mio miele, o anima mia>>.
Che vergogna per una concittadina di Ersilia e di Egeria!
Il letto ascolti pure tali parole, e non ogni letto,
ma soltanto quello che la donna prepara per l’amante lascivo.
Vuoi sapere in che modo tu devi parlare,
tu che sei una casta matrona?
Anche se potrai essere più seducente,
quando ti muovi voluttuosamente,
anche se potrai mettere in pratica
le arti delle donne corinzie,
tuttavia, oh Lelia, non sarai mai una Laide.”
Epigrammi, Liber Decimus, epigr. 68.

“Ormai, oh Paola, non potrai più dire
al tuo sciocco sposo ogniqualvolta
vorrai andare dal tuo amante, piuttosto lontano:
<<Cesare mi ha ordinato di recarmi in mattinata
alla sua villa di Alba; Cesare mi ha ordinato
di recarmi al Circeo>>. Questa storiella non regge più.
Sotto l’imperatore Nerva tu potresti essere
una Penelope, ma la fregola e le tue vecchie abitudini
te lo impediscono. Che farai, oh infelice?
Inventerai la malattia di un’amica?
Ma lo sposo si attaccherà al tuo fianco
e ti accompagnerà dal fratello, dalla madre e dal padre.
Dunque quali bugie macchinerai con la tua astuzia?
Un’altra adultera direbbe forse di essere isterica
e di voler fare i bagni a Sineussa.
Quanto meglio fai tu, oh Paola, che ogniqualvolta
vuoi andare a scopare, dirai a tuo marito la pura verità!”
Epigrammi, Liber Undecimus, epigr. 7.

“Oh moglie, per avermi sorpreso con un ragazzetto,
mi sgridi con aspre parole e mi dici che anche tu hai un culo.
Quante volte Giunone ha detto
la stessa cosa al lascivo Giove!
Egli tuttavia va a letto con Ganimede ormai cresciuto.
Il Tirinzio eroe, deposto l’arco, abusava di Ila.
Credi tu che Megara non avesse delle natiche?
Febo fuggendo tormentava Dafne:
ma il fanciullo Ebalio spegneva gli ardori amorosi
del Dio. Benché Briseide molto spesso,
giacendo con Achille, gli presentasse il deretano,
il suo amico liscio di corpo gli stava più vicino.
Evita, oh moglie, dunque di dare nomi maschili
ai tuoi organi e sappi che tu hai due fiche.”
Epigrammi, Liber Undecimus, epigr. 43.

“Oh moglie, piegati alle mie abitudini,oppure vattene.
Non sono né un Curio, né un Numa, né un Tito Tazio.
A me piace passare allegramente la notte bevendo:
tu non vedi l’ora di alzarti da tavola,
scontrosa come sei, dopo aver bevuto acqua.
Tu ami il buio: a me piace far l’amore
alla luce della lampada e impegnare
tutte le mie forze alla luce del mattino.
Tu ti nascondi dietro il reggiseno, la tunica
e la scura vestaglia: per me nessuna ragazza
che giace sul letto è abbastanza nuda.
Io sono particolarmente sensibile ai baci,
che imitano quelli delle dolci colombe:
tu mi dài quei baci, che suoli dare
alla nonna al mattino. Tu non ti degni
di facilitare l’opera né con i movimenti,
né con le paroline, né con le dita,
come se preparassi l’incenso e il vino puro.
Tutte le volte che Andromaca montava a cavallo di Ettore,
i servi frigi che stavano dietro la porta
si masturbavano, e la pudica Penelope,
benché Ulisse russasse, soleva tenere la mano
sempre in quel posto. Tu non permetti che io
t’inculi: ma lo permettevano Cornelia a Gracco,
Giulia a Pompeo e Porcia a te, o Bruto;
e quando il coppiere Dardano non mesceva
il vino a Giove, Giunone faceva a lui da Ganimede.
Se ti piace la serietà, puoi fare la Lucrezia,
per l’intero giorno: la notte io voglio una laide.”
Epigrammi, Liber Undecimus, epigr. 104.

“Tua moglie ti chiama l’amico delle serve,
ma lei è l’amica dei lettighieri:
Oh Alauda, siete pari.”
Epigrammi, Liber Duodecimus, epigr. 58.

“Oh Magulla, hai in comune con tuo marito
il tuo lettuccio e l’amasio. Dimmi, perché
non hai in comune anche il coppiere?
Tu sospiri: c’è una ragione: temi l’anfora.”
Epigrammi, Liber Duodecimus, epigr. 91.

“Benché ti siano ben note la vita e la fedeltà
di tuo marito, e non ci sia nessuna donna a premere
o a scuotere il tuo letto, perché da sciocca, ti tormenti
per degli schiavetti, che possono dare solo
un piacere breve e fuggitivo, come se fossero
delle amanti? Ti dimostrerò che questi fanciulli
sono più utili a te che al padrone.
Essi fanno in modo che tu sia la sola donna
di tuo marito. Essi danno quello che tu da moglie
non vuoi dare. <<Sono disposta a darglielo>>
dirai, <<affinché l’amore di mio marito
non vada lontano dal letto coniugale>>
Non è la stessa cosa: voglio un fico di Chio
e non una marisca: perché tu non abbia
dubbi su ciò che il fico di Chio,
ti dirò che il tuo è una marisca.
Una signora, anzi una donna, debbono
conoscere i loro limiti: cedi ai fanciulli
ciò che spetta loro: tu fai la tua parte.”
Epigrammi, Liber Duodecimus, epigr. 96.

Avete letto, avete gustato il sapore dell’amore voluttuoso e adulterino tra marito e moglie? Sono sicuro che anche, questa volta, avete provato emozioni forti e dirompenti e siete divenuti più simpatici, più allegri e più giocondi di prima.

novembre 2015 191

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Modica, 10 gennaio 2016
Prof. Biagio Carrubba

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