I più bei epigrammi di Pallada (Dall’Antologia Palatina)

Antologia Palatina
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Pallada nacque ad Alessandria d’Egitto nella seconda metà del IV secolo d.C. e fu contemporaneo dell’Imperatore romano Arcadio. Esercitò la professione di maestro di scuola elementare; morì nella prima metà del V secolo d.C., quindi visse, all’incirca tra il 350 ed il 425 d.C.. Tutti questi dati e queste date si ricavano dai suoi epigrammi, inseriti nei vari libri dell’Antologia Palatina.
I suoi epigrammi sono tra i più belli di tutta l’Antologia Palatina e si distinguono dagli altri epigrammi per il loro realismo concreto, per la loro ricercatezza formale e per la loro weltaschauung tipicamente di fine secolo (IV) e di fine impero d’occidente, fine voluta dall’Imperatore Teodosio con i suoi editti del 391 d.C. che decretarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente; e, poco dopo, Teodosio, con la sua morte, diede inizio all’Impero Romano d’Oriente (395 d.C.).
Pallada era un grammatista e condusse, così come si deduce dagli epigrammi, un’esistenza povera e gravosa oppresso com’era dal lavoro e dalla moglie. Pallada, inoltre, si lamenta non solo della moglie e di altre donne, ma soprattutto rimpiange l’affermazione e la vittoria del Cristianesimo sul politeismo tradizionale. Traggo questa supposizione dal quarto volume dell’Antologia Palatina, edizioni Einaudi dove alla voce Pallada, a pagina 527, si trova scritto:“Pallada: grammatico e poeta di Alessandria, della fine del secolo IV d.C. soprannominato Meteoros (vacuo) forse per la sua nostalgia della grecità pagana. A torto fu considerato un convertito al Cristianesimo.” Questo rimpianto del politeismo si evince bene nell’epigramma numero 400 del nono libro, indirizzato alla grande scienziata politeista Ipazia. La storia di Ipazia e della sconfitta del politeismo è mostrata, dimostrata e descritta nel bel film Agora di Alejandro Amenabar del 2009.
Io, Biagio Carrubba, credo inoltre che alcuni epigrammi di Pallada siano la base essenziale e la fonte ispiratrice di alcuni canti di Leopardi. Infatti credo che alcuni ragionamenti e molti brani di Leopardi siano ripresi apertamente, o in modo inconscio, proprio dagli epigrammi di Pallada. Il mio assunto è questo: “Il materialismo e pessimismo nichilistico di Pallada sono stati ripresi e approfonditi dal Leopardi nei suoi Canti”.
Credo, infine, che un altro punto di contatto tra Leopardi e Pallada sia questo: alcune parole del linguaggio aulico e mitologico leopardiano sono state riprese dal linguaggio conciso, realistico e politeistico di Pallada.
Il primo bell’epigramma di Pallada è il numero 72:
Questo, la vita, e null’altro; piacere, la vita.
In malora gli affanni! Breve la vita per gli uomini.
Presto, vino, presto, danze, corone di fiori,
presto, donne. Oggi, che io goda;
nessuno conosce il domani.
A.P., Liber V, 72.

Il secondo bell’epigramma di Pallada è il numero 257:
Ora condanno anche Zeus come tiepido amante,
perché non compie metamorfosi per questa fiera donna,
non inferiore, per bellezza, ad Europa o a Danae
o alla tenera Leda. A meno che non disdegni le sgualdrine:
so che lui seduce le fanciulle di sangue reale.
A.P., Liber V, 257.

Oltre a questi due capolavori di argomento erotico ed edonistico, Pallada ha scritto molti altri epigrammi su molti altri argomenti distribuiti su tutta l’Antologia Palatina. Altri tre bei epigrammi, fra gli altri, di Pallada si trovano nel IX libro.

Il primo tra questi bei epigrammi è il numero 400:
T’adoro e adoro il verbo tuo vedendoti:
la casa astrale scorgo della Vergine.
Al cielo mira tutto ciò che sei, che fai,
Ipazia Augusta, d’ eloquenza tu beltà
e di cultura stella immacolata sei.”
A.P., Liber IX, 400.

Un altro bell’ epigramma è il numero 499:
Penosamente il tempo canuto procede;
strisciando ruba la voce agli uomini parlanti,
quelli che appaiono fa, senza mai comparire, sparire,
porta chi non appare ad apparire.
Indefinibile fine di vita per gli uomini!
Vanno per la notte, giorno dopo giorno.”
A.P., Liber IX, 499.

Il terzo bell’epigramma che voglio riportare è il numero 172. Lo riporto perché io, Biagio Carrubba, mi ritrovo, mutatis mutandis nella condizione esistenziale descritta nell’epigramma.
Né di Speranza né di fortuna m’importa; né temo
gli inganni del futuro: sono arrivato in porto.
E’ vero, vivo nella semplicità, ma libero sono,
e aborro la Ricchezza che la Miseria oltraggia.
A.P. Liber IX, 172.

Antologia Palatina

II

Ma gli epigrammi più belli ed interessanti si trovano nel X libro.

Il primo tra questi epigrammi è il numero 45:
Uomo, se mai ti rammenti che fece, nel darti la vita,
tuo padre, smetteresti di insuperbirti.
Ma fu Platone che in te, vaneggiando, infuse la superbia:
ti chiama ‘eterno’ e ‘rampollo divino’.
Nato dal fango, di che vai superbo? Così ti direbbe
chi la cosa indorasse per decenza.
Ma, se la vera parola tu vuoi, da lascivia nascesti
immoderata e da una goccia immonda.”
A.P., Liber X, 45.

Io, Biagio Carrubba, credo, inoltre, che questo epigramma, insieme all’epigramma 10, 77 si possa considerare come la base primaria ed originale dell’ultima strofa del bellissimo canto di Leopardi “La Ginestra” nel quale canto, per l’appunto, Leopardi svolge lo stesso ragionamento e assunto:
E tu (ginestra) piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
Il confronto fra questi due brani poetici mostra molto bene l’analogia fra la Superbia di Pallada ed il forsennato Orgoglio di Leopardi.

Un altro bell’epigramma è il numero 49:
Hanno travasi di bile perfino formiche e zanzare
e gli insetti più infimi, si dice.
E alla mercè di chiunque tu vuoi ch’io stia senza bile,
così da non rifarmi con parole
verso chi compie ingiustizia coi fatti? Restare dovrei
con la bocca cucita e senza fiato!
A.P. Liber X, 49.

Un altro epigramma molto bello è il numero 58:
Nudo balzai sulla terra, sottoterra nudo ritorno.
Soffro: perché, se nudo vedo il fine?
A.P., Liber X, 58.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 59:
E’ una pena che molto ci cruccia l’attesa della morte:
sta certo meglio l’uomo che perisce.
No, non lo piangere colui che va via dalla vita,
perché non c’è, dopo la morte, un altro guaio.
A.P., Liber X, 59.

Questo epigramma rinvia, mutatis mutandis, ai versi 96-108 del canto di Leopardi “Amore e Morte”:
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Anche in questo caso il confronto tra i due assunti poetici è lo stesso: la morte non deve far paura a nessuno perché essa libera da ogni male, tanto che il giovane Leopardi la invoca senza paura ma con un vivido desiderio.

Un altro bell’epigramma è il numero 60:
Fai quattrini: e con questo? Con te, nell’andartene via,
ti trascini nel tumulo i quattrini?
I quattrini, con spreco di tempo li accumuli: di vita
accumulare più anni, no, non puoi.
A.P., Liber X, 60

Un altro bell’ epigramma è il numero 63
Vita non ebbe e del pari non ha, l’uomo povero, morte:
era, di vita illuso, già cadavere.
Ma per coloro che grandi fortune sortirono e beni,
é sì, la morte, il crollo della vita.
A.P., Liber X, 63.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 65:
Lubrica rotta la vita: sovente penoso, tra i gorghi,
per noi più che mai naufraghi lo scacco.
Regge Fortuna la barra, per noi, dell’esistere: andiamo,
come sul mare, della vita in forse,-
a un navigare per gli uni propizio, funesto per altri
tutti a quel solo, sotterraneo approdo.
A.P., Liber X, 65.

Io, Biagio Carrubba, credo che questo sia il terzo epigramma che si possa considerare come la base primaria ed originale del bellissimo canto di Leopardi nei versi 64-74:
“Sopra un bassorilievo antico sepolcrale” nel quale canto, per l’appunto, Leopardi svolge lo stesso ragionamento e assunto:
Ahi perché dopo
le travagliose strade, almen la meta
non ci prescriver lieta? Anzi colei
che per certo futura
portiam sempre, vivendo, innanzi all’alma,
colei che i nostri danni
ebber solo conforto,
velar di neri panni,
cinger d’ombra si trista,
e spaventoso in vista
più d’ogni flutto dimostrarci il porto?
Anche in questo altro epigramma è evidente l’analogia del corso della vita dell’uomo paragonata ad un’imbarcazione che segue una rotta lubrica che giunge nel porto della morte (sotterraneo approdo).

Un altro bellissimo epigramma è il numero 72:
Recita e scena la vita. La recita impara, smettendo
la serietà! Se no, sopporta i crucci!
A.P.,Liber X, 72

Un altro bellissimo epigramma è il numero 75:
Dalle narici un’aria sottile aspirando, viviamo,
fisse al lume del sole le pupille,
quanti in quest’ esistenza viviamo: strumenti che il fiato
di una brezza vivifica ricolma.
Ma se una mano comprime quell’alito esiguo, la vita
ci trafuga e nell’Ade giù ci mena.
Ecco: non siamo che nulla, ma tanta superbia ci nutre:
aria ci pasce e di ben corto fiato!
A.P., Liber X, 75.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 77:
Uomo, a che scopo ti crucci, mettendo il mondo a soqquadro,
schiavo del fato che nascendo avesti!
Abbandonati a questo: non fare col demone liti,
pago del tuo destino ama la quiete!
Meglio affannarsi a condurre, pur contro la sorte, alla gioia
l’anima in esultanza, se si può.
A.P., Liber X, 77.
Come è evidente questo epigramma attenua il pessimismo di fondo di Pallada, come ha fatto anche Leopardi nell’ultima strofa della Ginestra. Molto bello è anche il distico finale dell’epigramma:
Sforzati a vivere allegro, piuttosto, e sia pur contro il fato
se pur si può, colora di gioia la tua vita.” (traduzione di Ettore Romagnoli)

Un altro bellissimo epigramma è il numero 78:
Via le lagnanze, non darti pensiero!
Qui resti, e per quanto,
rispetto al tempo che sarà di poi?
Prima d’emettere vermi gettato laggiù nella tomba,
vivo una vita in forse non prostrare!
A.P., Liber X, 78.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 79:
Passa la notte, e noi si rinasce giorno dopo giorno,
della vita trascorsa nulla resta;
dall’esistenza di ieri straniati – da capo ricomincia
oggi per noi la rimanente vita.
Dunque, vecchio, che gli anni che hai son troppi non dirlo!
Di quelli andati, parte più non hai.
A.P., Liber X, 79.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 80:
Della fortuna trastullo la vita, penosa, vagante,
tra povertà e ricchezza sempre in bilico.
Gli uni atterra e li scaglia di poi come palla in su in alto,
gli altri getta giù dalle nubi all’Ade.”
A.P., Liber X, 80.

Un altro stupendo epigramma è il numero 81:
Ahimé, piacere della vita effimero!
Del tempo deplorate il moto celere!
Inerti stiamo noi nel sonno immemore
fra crucci e orge. Intanto corre il tempo e va,
e corre contro noi, miseri mortali,
recando ad ogni vita la catastrofe.
A.P., Liber X, 81.
Questo epigramma rinvia, mutatis mutandis, ai versi 42-54 del canto di Leopardi “La quiete dopo la tempesta”:
O natura cortese,
sono questi i doni tuoi,
questi i diletti sono
che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
che per mostro e miracolo talvolta
nasce d’affanno, é gran guadagno. Umana
prole cara agli eterni! Assai felice
se respirar ti lice
di alcun dolor: beata
se te d’ogni dolor morte risana.”.

Un altro epigramma, curioso e singolare, che si decifra comparando le vicende belliche contemporanee al poeta è il numero 82:
Noi non siamo morti e in apparenza siamo vivi,
noi Elleni, ormai prostrati da catastrofi,
per cui la vita pare un sogno e nulla più,
se vivi siamo, ma la vita non c’è più?”.
A.P., Liber X, 82.

Un altro bellissimo epigramma è il numero 84:
Lacrime piansi nascendo, così lacrimando perisco:
tutta fu tra le lacrime la vita.
Ahi, lacrimata stirpe degli uomini, grama, penosa!
Trascinata sottoterra, si dissolve.
A.P., Liber X, 84.
Questo epigramma può essere considerato il sunto e la sintesi del bellissimo canto: “La sera del dì di festa” del Leopardi.

Un altro bellissimo epigramma per la sua crudezza e concisione è il numero 85:
E’ per la morte che siamo serbati, tutti e ingrassati;
branco di porci macellati a caso.
A.P., Liber X, 85.

Un altro bell’ epigramma è il numero 93:
Meglio sarà sopportare, se pure oppressi,
la Fortuna anziché l’alterigia dei nuovi ricchi.
A.P., Liber X, 93.

Un altro epigramma pieno è il numero 96:
Se penso ai casi umani e se considero
i mutamenti della vita incongrui
e il flusso infido della Fortuna anomala-
com’essa suole fare ricchi i poveri
e defraudare di ricchezze chi le ha,-
tra me e me, vagando nella tenebra,
detesto tutto per la grande oscurità.
E come mai Fortuna potrò vincerla,
se nella vita emerge dalle tenebre
a guisa di puttana comportandosi?
A.P., Liber X, 96.

Un altro curioso epigramma è il numero 97:
D’anni ne vissi una libbra, con me la grammatica odiosa.
Scendo nell’Ade, senatore di morti.
A.P., Liber X, 97.

Antologia Palatina

III

Anche l’XI libro dell’Antologia Palatina è ricco di epigrammi di Pallada, dove viene fuori tutto il suo misoginismo.

Un bell’epigramma è il numero 54:
Vecchio per beffa le donne mi chiamano <<guarda -dicendo-
guarda allo specchio i resti dell’età!>>
Bianche o nere che siano le chiome che porto sul capo,
me ne infischio: la vita volge al termine.
Con aromatici unguenti, con serti di foglie ridenti
placo, e col vino, le mie tristi cure.
A.P., Liber XI, 54.

Un altro simpatico epigramma è il numero 281:
Disse tremando, all’arrivo di Magno nell’Ade, Plutone:
<<Questo adesso resuscita anche i morti.>>.
A.P., Liber XI, 281.

Un altro divertente epigramma è il numero 304:
Tutti vigliacchi e vantoni, segnati magari da un altro
dei difetti possibili fra gli uomini.
Ma chi ha senno, il difetto non va spiattellandolo a tutti:
in sé lo cela con intelligenza.
Mentre dell’anima tua spalancata è la porta: lo sanno
tutti che sei codardo e fanfarone.
A.P. Liber XI, 304.

Un altro epigramma profondo e logico è il numero 349:
Il mondo come vuoi misurare e i confini del globo
se un corpo tu possiedi fatto di poca terra?

Prendi prima le tue misure, conosci te stesso,
e la terra infinita dopo misurerai,

perché se quel poco fango non sai calcolare del tuo corpo,
come mai misurare potrai l’immensurabile?”.
A.P. Liber XI, 349.

Un altro divertente e personale epigramma è il numero 378:
Io né grammatica so sopportare né moglie: indigente
è la prima, e la moglie prepotente.
Morte e rovina i dolori che l’una mi provoca e l’altra.
Sono scampato dalla prima a stento,
ma separarmi dall’altra non posso:
le scartoffie lo vietano e la legge.
A.P. Liber XI, 378.

Un altro epigrama misogino è il numero 381:
Fiele è sempre la donna. Due soli momenti felici:
il primo il letto, l’altro il cataletto.“
A.P. Liber XI, 381.

Dopo questa breve analisi testuale e presentazione degli epigrammi di Pallada, io, Biagio Carrubba, dò il seguente giudizio sulla poesia e sugli epigrammi di Pallada.
I motivi della bellezza degli epigrammi di Pallada sono questi:
I Gli epigrammi presentano una umanità anonima, ma varia e diversificata, divertente e seria, grave e faceta.
II L’umanità di Pallada non è fatta né di re, né di eroi ma di gente comune sconosciuta che muore anonima senza gloria, né fama.
III Il linguaggio poetico è ricco e preciso, aulico e concreto, formale e vario.
IV Il suo pessimismo di fondo è attenuato  dall’invito a cercare la gioia di vivere e a ricercare l’edonismo di tutti i giorni, come mostrano anche gli epigrammi 72 del libro V, 55 del libro XI, 56 del libro XI e 62 del libro XI.
V Un altro motivo di bellezza è dovuto al fatto che Pallada esprime in prima persona il travaglio ed il dolore che provò per la definitiva sconfitta del politeismo e la vittoria completa del Cristianesimo.
Infine credo che l’epigramma che più sintetizza ed esprime meglio la sua weltaschauung sia il numero 62:
Sorte a tutti comune la morte, né uomo si trova
che se domani sarà vivo sappia.
Renditi conto, mortale, di questo, e te stesso rallegra,
l’oblìo ponendo della morte in Bacco.
Anche di Cipride godi, traendo l’effimera vita,
e alla Fortuna tutto il resto affida.
A.P., Liber XI, 62.

Io, Biagio Carrubba, mi sento molto più vicino al realismo concreto di Pallada e mi trovo molto più lontano all’utopismo di Sant’Agostino, suo contemporaneo, che nella sua opera filosofica “La città di Dio” rinvia gli uomini a cercare la loro felicità  ad una città utopica, illusoria ed inesistente che è quella di Dio, promessa agli uomini attraverso la passione e la morte di suo figlio Gesù Cristo. Tutte invenzioni metafisiche, per non dire tutte fandonie teologiche, create ed inventate da un gruppo di giovani disoccupati e sfaccendati con a capo un giovane ebreo idealista che proclamava di essere ispirato da Dio suo padre.

 

Il Prof. Biagio Carrubba

Modica, 14 luglio 2015

Biagio Carrubba

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